Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve

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Di Gerardo Iandoli

Un viaggio che non promettiamo breve (Torino, Einaudi, 2016) è l’ultimo romanzo di Wu Ming 1, uno degli autori appartenenti al collettivo di artisti Wu Ming (i testi firmati con il numero [1], indicano che solo uno degli appartenenti al collettivo ha lavorato sul testo. Ciononostante, in questi testi la collaborazione con gli altri resta costante, facendo sì che anche le opere da “solista” partecipino all’intero discorso del collettivo). L’argomento è subito dichiarato nel sottotitolo: Venticinque anni di lotte No Tav. E già dalla copertina, la curiosità del lettore viene stuzzicata: Venticinque anni? Il fenomeno dei No Tav, il quale sembra essere un movimento giovane, ha davvero raggiunto il quarto secolo di età?

Con questo semplice sottotitolo, Wu Ming 1 esprime tutta la sua operazione culturale: anche se l’argomento è stato abbondantemente trattato dai media, l’utente medio ne sa ben poco. A partire dall’effettiva durata del fenomeno, il quale non è un dato secondario.

La complessità di questo romanzo sta nel fatto che l’obiettivo non era raccontare le vicende di alcuni personaggi, bensì la storia di un movimento che racchiudeva al suo interno migliaia di voci. Tutto ciò si inscrive all’interno della poetica dei Wu Ming, che hanno sempre privilegiato una scrittura romanzesca ricca di personaggi. A partire da Q, pubblicato quando ancora si firmavano Luther Blisset, il collettivo ha abituato i suoi lettori a un gran numero di persone, nomi, eventi. Ma se nel primo romanzo è ancora riconoscibile un protagonista in mezzo a tante figure, con il passare degli anni i Wu Ming hanno reso sempre più difficile l’individuazione di un vero “personaggio principale” all’interno delle loro storie.

Wu Ming 1, a partire da Point Lenana (pubblicato insieme a Roberto Santachiara), cerca di portare alle estreme conseguenze tale modo di scrivere: all’autore non interessa più raccontare le azioni dei personaggi (elemento alla base della costruzione dell’intreccio, così come già espresso da Aristotele nella sua Poetica), ma far emergere attraverso i vari episodi l’idea di un certo modo di agire. Eppure, Point Lenana è ancora troppo legato al personaggio di Felice Benuzzi, scalatore che è stato prigioniero degli inglesi in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, nonostante la sua biografia diventi l’occasione per mostrare l’atteggiamento che l’Italia, durante il Fascismo e poi gli anni repubblicani, ha sostenuto nei confronti del proprio passato coloniale. La sua storia diventa filo conduttore di altre storie, che si amalgamano per mostrare qualcosa che è più della somma delle loro parti.

Successivamente, Wu Ming 1 pubblica Cent’anni a Nordest: in questo caso, riesce finalmente a liberarsi del protagonista per creare un’opera legata ad un territorio. Il testo è puntellato di eventi, che poi vengono analizzati affinché ne possa emergere il “mito” soggiacente, così da “mitridatizzare” il lettore, aiutandolo a resistere alle “narrazioni tossiche” che certi ritorni fascisti diffondono nell’aria. Il momento narrativo, però, diventa poco più che un pretesto per una serie di riflessioni, che fanno di quest’opera una raccolta di aforismi intorno al fascismo e al nazionalismo del Nordest italiano.

Con Un viaggio, Wu Ming 1 unisce le due operazioni, poiché cerca di rendere protagonista un territorio. E ogni territorio è, principalmente, l’insieme delle sue voci, sia viventi che passate. La costruzione del TAV Lyon-Torino diventa l’evento scatenante che permette a un intero popolo di riconoscersi, così da affermare la propria esistenza. Esistenza che si declina nella forma della r-esistenza, un ostinato opporsi con la propria presenza alla materia meccanica delle trivelle, giunte in Val di Susa per stravolgere un intero ambiente.

Todorov ha sostenuto che ogni romanzo nasce da evento che spezza una precedente situazione di quiete. Di solito ciò avviene quando, nella vita del protagonista, sopraggiunge un ostacolo, di solito a opera di un antagonista. Il testo di Wu Ming mostra come la narrazione del potere italiano abbia voluto rappresentare il movimento No Tav come il grande antagonista del dorato romanzo del progresso del Bel Paese. Al contrario, Wu Ming 1 cerca di rovesciare tale assunto: sono i cantieri del Tav a essere l’effettivo “ostacolo”, momento di distruzione della quiete della Val di Susa. Da antagonisti, quindi, i No Tav vanno rimessi al posto che gli spetta: quello di protagonisti.

Ciò è possibile grazie alla ricostruzione della storia della Valle, mostrando come non siano i No Tav ad essere un accidente della storia italiana, ma come sia il Tav stesso ad essere un accidente in contrasto con l’identità storica di un territorio che ha fatto del rispetto delle valli il proprio volto. I No Tav sono gli eredi di una storia di lotte contro chi voleva alterare la vita pacifica di questi abitanti delle montagne. La ricostruzione avviene grazie a un imponente collage di storie, documenti, leggende, citazioni da libri, articoli di giornale, interviste, per non parlare delle numerose persone incontrare da Wu Ming 1 di persona. A differenza di Cent’anni, qui l’elemento narrativo è preponderante: si tratta di raccontare le vite di uomini ben precisi, legati dal medesimo ostacolo (il Tav) e      dallo stesso fine (la liberazione del proprio territorio da un’opera ingombrante e devastante). Se, di solito, nei romanzi, la trama ruota intorno alle vicende di un singolo che si scontra con altri personaggi, questa è la storia di una serie di personaggi accumunati dallo stesso antagonista. Fatto che non rende quest’ultima protagonista, anzi: Wu Ming 1 mostra come sia dalla negazione (No Tav) di ciò che viene considerata un’Entità (così viene definita quella forza che sembra tormentare gli abitanti della valle, formata da trivelle, polizia, magistrati, giornalisti, politici, affaristi, ecc.) pericolosa che nasce un legame solido. E vengono in mente le parole di René Girard, quando sostiene che ogni comunità nasce dal sacrificio di una vittima che racchiude in sé tutte le caratteristiche di cui la comunità vorrebbe privarsi. In questo caso, però, la vittima sacrificale è una macchina.

Ma la legittimità di questo sacrificio, come viene mostrato dal racconto di Wu Ming, non nasce solo dall’assenza di elementi sanguinari (anche se spesso si è cercato di rappresentare il movimento No Tav come violento), poiché si sacrifica un apparato tecnologico e non un essere vivente, ma nasce anche e soprattutto dal fatto che questa comunità si fonda intorno al rifiuto di essere, a sua volta, trasformata in vittima sacrificale sull’altare del progresso.

Le pagine terminano, ma il finale non giunge: la storia resta aperta, perché ancora nessuna delle due forze è riuscita a bloccare l’altra, così da permettere la conclusione del sacrificio. Resta la domanda: quale sarà il volto di questa comunità futura, che tipo di Italia ci aspetta?

Al di là della particolarità della situazione, il testo è comunque il simbolo di un certo modo di lottare, l’esempio di una strategia di resistenza che diventa possibile modello di azione futura. E Wu Ming 1 già ci fornisce alcuni episodi in cui la struttura della resistenza No Tav è stata messa in moto in altre situazioni simili. In tutto e per tutto, tale testo risulta essere un’eredità: se in New Italian Epic i Wu Ming avevano sostenuto di voler essere “padri” di un nuovo modello culturale italiano, con questo testo confermano la propria vocazione paterna donandoci un testo esemplare. Eredità che si declina sotto forma di tanti episodi di resistenza, che nel loro insieme fanno emergere una certa visione del mondo: e questo mondo è l’Italia, di cui qui viene ricostruita la storia contemporanea attraverso un episodio dilatato nel tempo, che si fa “allegoria” di un’epoca, di cui si stenta a vedere la fine, nel bene o nel male.
NOTE

[1] Nel corso della loro storia editoriale, i Wu Ming nella loro “massima espansione” sono stati cinque, mentre adesso sono in tre, così com’è è dichiarato nel testo stesso. Ogni appartenente al collettivo ha un proprio numero, per questo non bisogna confondersi: la firma Wu Ming 1 non significa che al testo ha partecipato solo “uno” degli autori del collettivo, ma che dietro a questa particolare dicitura c’è un singolo autore che usa lo pseudonimo di “Wu Ming 1”, così come esistono testi a firma di “Wu Ming 2” e “Wu Ming 4”. Mi scuso, poiché questa nota potrà risultare superflua a qualcuno, ma alcune volte mi è capitato di confrontarmi con persone che avevano particolari difficoltà a comprendere lo statuto di questo “autore collettivo”.

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