Donne lavoratrici: ecco in quali Paesi fanno carriera e il divario con gli uomini è ridotto

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Quali sono i Paesi che riservano un miglior trattamento alle donne lavoratrici? Se lo è chiesto The Economist, che ha stilato una classifica basata sull’“indice del soffitto di cristallo”, ovvero su quella barriera sociale, culturale e psicologica ‘invisibile’ che rappresenta un freno inibitore per le donne, impedendo loro di accedere a posizioni di più alta responsabilità e avanzare nella carriera lavorativa al pari dei colleghi uomini. Utilizzata per la prima volta in un articolo pubblicato sul Wall Street Journal nel 1986, questa parola è ancora oggi più che mai attuale, tanto da essere utilizzata come cartina di tornasole della situazione delle donne lavoratrici e delle loro possibilità in molti ambiti d’azione di ricevere un trattamento equo sul posto di lavoro. E quanto emerge nell’ultima analisi diffusa dal settimanale britannico in occasione dell’8 marzo, festa della Donna, è il fatto che tale equità di trattamento sul posto di lavoro è più diffusa nei paesi nord europei ed in particolare in Svezia, Finlandia, Norvegia ed Islanda (che ha fatto il suo ingresso nell’indice)

Il ‘soffitto di cristallo‘, utilizzato per arrivare a questo risultato ha preso in considerazione i dati nazionali sull’istruzione superiore, mettendoli in correlazione con la percentuale femminile della forza lavoro, con i salati ed i costi dell’assistenza all’infanzia. Ma tra gli altri elementi presi in esame vi sono anche le richiesta di iscrizione nelle scuole per l’impresa, i diritti di maternità e la rappresentanza negli incarichi di alto livello, creando un punteggio specifico per ogni Paese ottenuto come media ponderata degli specifici risultati ottenuti nei dieci indicatori esaminati. Indicatori che comprendono, per i risultati di quest’anno, anche i diritti di paternità poichè dagli studi è emerso che laddove i padri prendono congedi parentali, le madri tendono a rientrare nel mercato del lavoro ma non solo; i divari salariali tra l’uomo e la donna risultano meno accentuati ed il tasso di occupazione femminile risulta più alto.

Nei Paesi del nord Europa le percentuali di presenza delle donne nel mondo del lavoro risultano di fatto equiparabili a quelle degli uomini con la Finlandia in testa in fatto di donne che hanno ricevuto un’istruzione superiore rispetto al mondo maschile, il 49% di diplomate all’università contro il 35% degli uomini. Invece in Islanda le donne ricoprono il 44% dei seggi nei consigli d’amministrazione delle aziende quotate mentre in Norvegia emerge un divario salariale di genere nettamente inferiore (meno della metà rispetto alla media dell’Ocse (15,5%). Analizzando la situazione dell’intera Scandinavia, emerge l’alta presenza di donne nei cda, grazie al meccanismo delle quote che in Islanda e Norvegia va ad aumentare ulteriormente grazie alle quote volontarie all’interno dei partiti politici. In Svezia i seggi parlamentari sono occupati dal 44% di donne mentre in Ungheria, nonostante la ridotta presenza di donna nei cda ed in parlamento, si arriva a 71 settimane pagate al 100% dell’ultimo stipendio nel caso di congedo di maternità con, inoltre, ridottissimi costi di assistenza all’infanzia.

E l’Italia? il Belpaese si trova solo in 22a posizione nella classifica del Glass-Ceiling Index, ovvero il divario salariale è ancora piuttosto accentuato. Basti guardare nelle aule del Parlamento, rappresentato solo per il 31% dalle donne contro il 41,3% dell’Islanda. Mentre la presenza femminile nei cda si attesta solo al 25,3%, contro il 44% dell’Islanda e si sale al 25,8% per quanto riguarda gli incarichi dirigenziali affidati alle donne che, sempre in Islanda, è pari al 39,9%. Agli ultimi posti della classifica vi sono invece il Giappone, la Turchia e la Corea del Sud: il divario salariale è estremamente pronunciato e le possibilità per le donne di trovare lavoro e fare carriera arrivando ad occupare incarichi di responsabilità sono decisamente inferiori rispetto a quelle degli uomini. I dati motrano quanto questi tre Paesi risultino indietro rispetto a quelli scandinavi e alla loro lunga tradizione per arrivare all’uguaglianza di genere.

Daniele Orlandi

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