Una Tantum – La condizione dell’esule, Alexis Nuselovici (Nouss)

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LA CONDIZIONE DELL’ESULE*

Di Alexis Nuselovici (Nouss) 

Il professor Alexis Nuselovici, insegnante di letterature comparate, traduzione e teorie della letteratura a Montréal, Cardiff e Marsiglia, concentra la sua attività di saggista principalmente alle problematiche della migrazione e dell’esilio. Proponiamo in esclusiva per L’Opinabile un estratto del libro La condition de l’exilé, in cui si analizza una foto della marina militare rappresentante un’imbarcazione di migranti – o esuli – somali al largo delle coste maltesi.

[Si prenda] per esempio questa foto scattata da un aereo di pattuglia della marina statunitense il 15 gennaio 2012 al largo delle coste maltesi. L’imbarcazione porta tra i 65 e i 70 migranti somali che saranno in seguito raccolti da una nave battente bandiera panamense, e poi trasferiti su di un mezzo della guardia costiera maltese.

Certo, dato che l’obiezione sull’estetica riveste una portata generale, ci si può domandare se definire “esuli” piuttosto che “migranti clandestini” coloro che occupano questa imbarcazione non significhi in ultima analisi nobilitare la loro sofferenza, estetizzare appunto una realtà che dobbiamo evitare di definire tragica, per non prendere in prestito, ancora, una categoria estetica [1]. Qui, si difenderà la posizione contraria. Vederli come esuli, non è forse dire la verità ambivalente e inassegnabile della loro condizione, mettere la loro sofferenza in primo piano, fare appello al riflesso solidale, tanto la “condizione dell’esilio” tocca da vicino la verità della condizione umana? Il dilemma relativo all’estetizzazione ricorda la persistente aporia etnografica: come tradurre senza tradire? Come dire l’altro nello stesso? Solo che fermarsi a questo dilemma rappresenta per l’esilio di massa contemporaneo un lusso che l’urgenza etica non ci permette. Questi esuli, bisogna vederli.

Lo scatto mostra un miscuglio di precisione e imprecisione.

Imprecisione: vaga come una fotografia ad uso militare (riconoscimento del terreno prima del bombardamento) o medico (radiografia o ecografia prima dell’intervento), dei corpi che si suppongono umani in una imbarcazione che si indovina essere di tipo gonfiabile e di cui si assume a torto l’affidabilità a causa della sua lavorazione spessa. Precisazione: tutte le teste sembrano illuminate, come irradianti speranza, ornate di un irraggiamento come di un’aura ben disegnata. E intorno, il mare, implacabile, impenetrabile, scuro e ghiacciato, solo elemento perfettamente identificabile [2]. Senza la legenda fornita dalla flotta americana, avemmo potuto capire di cosa si tratta?

Riprendendo i termini di Roland Barthes (1980) per indicare i due modi in cui la fotografia crea degli affetti in chi la guarda – il che costituisce il suo contenuto – l’immagine degli esiliati somali dispiega un punctum (le teste luminose) che viene a cercarmi in quanto soggetto singolo, ad attirare la mia attenzione, a interrogare o provocare il mio sguardo; mentre lo studium, che mi fa interpretare una foto secondo un sapere pre-esistente, un codice culturale del quale condivido con altri il possesso, è difettoso e può essere riparato solo dai dati comunicati dalla fonte del documento. Un difetto (mancanza) nel cuore dell’esperienza dell’esilio: ciò che va da se (lo studium) e disegna un quadro di apprendimento del reale, non è più evidente, mentre i dettagli di un episodio singolo (il punctum) si fanno carico di tutta la portata esistenziale di un vissuto e ne dettano la percezione. Di fronte a questa fotografia, un approccio semiotico binario opporrebbe dei significanti senza significato dalla parte della nostra ricezione e, dall’altro, dei significanti saturi di senso per i soggetti rappresentati, coloro il cui destino è catturato da un’immagine che ci è dato di vedere senza capirla veramente. Un troppo-pieno di senso per loro, o piuttosto un senso ossessivamente pieno al quale aderiscono con tutto il loro essere: partire e raggiungere l’altrove, rischiando la morte. La loro vita, come altri in altre circostanze, si riduce a una sopravvivenza.

Alexis Nuselovici (Nouss)

 

Precisione e imprecisione, l’esperienza dell’esilio inalbera in se stessa la stessa dualità. La precisione chirurgica di uno strappo, di una rottura, di una ablazione, un’operazione nella carne, documentata oppure no. Partire in viaggio induce un processo di durata più o meno lunga poiché la partenza include i preparativi, le loro gioie o le loro inquietudini; si consulta, si immagina, si progetta, e si presume il ritorno. Invece, questo principio di circolarità, applicato all’esperienza dell’esilio nel momento in cui viene comparata, per esempio, al viaggio di Ulisse, non convince, poiché l’esilio è mosso secondo un principio di linearità, una direzionalità, come una freccia puntata [3], che evoca l’imbarcazione degli esiliati somali. Il ritorno è solo una delle opzioni, più o meno credibile, che non assicura altro che un conforto incerto. Per questo, il ritorno non pesa nemmeno sulla concettualizzazione dell’esilio e sulla comprensione della condizione dell’esilio. Questa è quindi immersa nell’imprecisione: l’imprevedibilità di un ritorno al luogo di origine, ma non meno, quanto al luogo di arrivo, un futuro dai colori indistinti, se non ostili. Certo, l’esiliato potrà provare la soddisfazione di guadagnarsi una vita migliore o di scappare a un destino funesto, ma questo non toglie che non può in anticipo predirlo o garantirlo. Non è mai sicuro di arrivare davvero, nel senso in cui si dice che qualcuno è “arrivato”, da qualche parte, o nella vita.

L’immagine degli esiliati somali e quelle dello stesso genere veicolate dai media rivivificano un topos marittimo che la cultura occidentale associa al tema dell’esilio, dai viaggi di Ulisse e l’oscuro soggiorno di Ovidio sui bordi del Mar Nero fino a Victor Hugo sul suo scoglio di Gernesey. Scritta da Ovidio dopo esser stato bandito da Roma, la raccolta Tristia costituisce, con la Bibbia e l’Odissea, l’opera matrice della letteratura d’esilio in Occidente. La seconda delle dodici elegie tratta del viaggio marittimo che lo portò sul luogo del suo esilio: “Tuttavia, anche se tutti voi (Dei) voleste salvare un infelice, una vita che perì non può più essere salvata. Anche se il mare si plachi e io abbia i venti favorevoli,anche se voi mi risparmiate, non sarò meno esule per questo [non minus exul ero]”. Il mare, la morte – associazione che facilita l’allitterazione nella lingua francese, articolazione funesta in cui si sperimenta l’esilio di Ovidio, l’esilio per Ovidio. L’esilio è una morte e il mare ne sarebbe il simbolo. Tuttavia, il poeta non desidera morire e prega ardentemente gli dei perché il suo vascello traversi indenne la tempesta. Il mare riveste quindi un altro significato che riguarda la maniera in cui il mare occupa lo spazio che ricopre: a differenza della montagna o della pianura che, quale che sia la loro vastità, possono essere percorse da un passo umano che, in un certo modo, le domina; il mare, per la sua omogeneità illimitata e la sua impermeabilità, obbliga il soggetto che lo percorre a essere lui stesso il proprio territorio, nella misura in cui il suo corpo, costantemente bagnato nel liquido, non ne controlla nessuno. Così come insiste il racconto biblico, una distesa desertica produrrà lo stesso effetto. Deserto ardente o glaciale, magari, se si pensa alla Siberia in cui Ossip Mandelstam fu esiliato dallo stalinismo e che provoca una reazione simile:

Solo, guardo il gelo dritto in faccia:

non va da nessuna parte, da nessuna parte vengo.

[…]

 

NOTE

*Nota di Traduzione: il professor Nouss utilizza le parole, da lui coniate, “exilique” e “exiliance”, che potremmo facilmente tradurre con “esilico” ed “esilienza”. Per motivi di leggibilità e di facilità concettuale, traduciamo invece “(condizione) d’esilio”. Inoltre, il traduttore esita tra “esuli” ed “esiliati” per tradurre “exilés”. Non entriamo nel merito.

[1]: L’estetica è qui utilizzata nel significato riduttivo suggerito appunto dal verbo “estetizzare”, truccare di bellezza una situazione che non lo merita. La nostra posizione, al contrario, segue l’invito di Walter Benjamin a difendere “la politicizzazione dell’arte” contro “l’estetizzazione della politica che pratica il fascismo” (Benjamin, 2000c: 316). Il suo interesse per il teatro di Bertold Brecht ne era una conseguenza ovvia.

[2] Questa pesantezza risalta notevolmente nelle fotografie scattate da Patrick Zachmann di imbarcazioni di clandestini al largo della Grecia o della Sicilia (Zachmann, 2003: 24-25. 148-149). La vastità del cielo o di distese di sabbia ritorna frequentemente in queste immagini che l’autore definisce di “viaggio della memoria e dell’esilio”.

[3] L’immagine è di Dante che simbolizza così l’esilio (Divina Commedia, Paradiso, XVII).

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