Siria una volta – Da Damasco alla notorietà

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Siria una volta

Di Lubna Sareji

Da Damasco alla notorietà

Fuggendo dalla guerra in Siria, una coppia di giornalisti è arrivata alla notorietà. Grazie all’accoglienza delle famiglie francesi, hanno infatti potuto esprimere il loro talento e realizzare un documentario pluripremiato che è arrivato fino a Hollywood. Ho avuto l’occasione di parlare con loro. In esclusiva per L’Opinabile la loro storia.

Lei, Sandra Alloush, è giornalista; lui, Tariq Haddad, è regista. Entrambi hanno lasciato la Siria nel 2012 per andare a vivere a Beirut. Ma presto la vita in Libano era diventata troppo difficile, da un punto di vista dell’inserimento sociale (tra libanesi e siriani non corre buon sangue) e quindi finanziario; allora hanno deciso di chiedere un visto francese, ottenendolo dopo due anni. Sono stati accolti da una famiglia di due anziani in un piccolo villaggio in Alsazia, ed è qui che comincia la storia del loro successo.

Erano i soli migranti del villaggio e di tutta la zona, e hanno attirato l’attenzione di tutti gli abitanti del luogo. Quando gli unici stranieri hanno espresso il desiderio di trovare una telecamera per realizzare alcuni film, qualcuno li ha messi in contatto con la regia del canale televisivo Arte, che ha sede a Strasburgo.

Confrontando le loro idee con quelle della regia, sono riusciti a realizzare una serie web intitolata De Damas à l’Alsace (da Damasco all’Alsazia).

“Volevamo fare un documentario sulla vita dei migranti e la cosa li ha interessati. Ma la regia voleva una cosa diversa dalle immagini tristi che circolano dappertutto; volevano sapere di più sulla vita quotidiana di questi migranti…” dice Sandra “Siamo arrivati all’idea di fare una sorta di Black comedy : una serie di 23 puntate di 10 minuti che mettono in scena la vita di un richiedente d’asilo da un punto di vista sarcastico. I francesi si sono identificati per esempio quando abbiamo raccontato delle nostre avventure con la burocrazia francese. Si sono interessati alle puntate che raccontano delle nostre feste e abitudini. Poi siamo andati in giro un po’ in tutta la Francia per incontrare altre famiglie siriane. Siamo andati per esempio a Montpellier per incontrare una coppia mista : moglie siriana e marito francese. Ci hanno raccontato come convivono due culture diverse sotto lo stesso tetto, e l’isolamento che sente questa ragazza lontano dai suoi. Infine siamo andati nella Giungla di Calais, e lì è cominciato un nuovo capitolo della nostra vita.”

Il caso della giungla di Calais aveva preso una nuova svolta alla fine del 2016: la nostra coppia di giornalisti ha sentito al TG che 5000 clandestini vi vivevano, e che erano quasi tutti siriani. Questa giungla, prima del suo smantellamento, era un posto pericoloso inaccessibile a giornalisti e poliziotti. Ma non a Sandra e Tariq, che hanno potuto entrare e passarci tre giorni, (da allora, ci sono tornati un’altra volta).

“Siamo stati accolti bene dai siriani perché siamo migranti come loro, infatti non veniamo dal cielo, non portiamo pregiudizi, anzi possiamo capirli e capire le loro sofferenza.” La grande sorpresa di Sandra e Tariq era il numero dei siriani: “Quando ci siamo andati la prima volta in aprile 2016 erano 300 su 5000 persone, poi la seconda volta in novembre 2016 il numero dei abitanti della giungla era 10.000 persone ma i siriani erano solo 30.”

“Quello che abbiamo filmato nella giungla ci è sembrato cosi importante, e riempiva più di tre puntate, molto di più. Abbiamo allora deciso di fare un documentario speciale su questo caso, che era sconosciuto dal pubblico. Abbiamo realizzato un documentario che si chiama Strangers in the Jungle. Una versione accorciata a 25 minuti è passata sulla rete Arte a novembre; con la versione più lunga abbiamo partecipato ai festival dei documentari in Fenlandia e a Hollywood, e ha vinto parecchi premi”.

Infatti il loro documentario ha vinto il primo posto sia nel festival del documentario di Helsinki che all’Hollywood International Independent Documentary; e Tariq ha anche vinto il premio per il miglior regista e editore nel Los Angeles Independent Film Festival.

Quando gli ho chiesto della causa di questo successo secondo loro, Tariq mi ha risposto : “È perché noi andiamo tecnicamente oltre lo standard dei film documentari. Lavoriamo da soli, io faccio tutto il lavoro tecnico e Sandra prepara la parte giornalistica”. “ C’è poi un altro elemento, aggiunge Sandra, il fatto che noi non abbiamo fatto studi di giornalismo e di cinema! Io ho fatto architettura, e poi l’ho lasciata per lavorare alla radio, prima di andare alla televisione. Quanto a Tariq, lui ha studiato letteratura inglese prima di interssarsi al mondo del cinema e a lavorarci. Quindi ci siamo auto-formati, abbiamo acquisito una esperienza costruita sulle nostre ricerche personali. I nostri metodi sono sembrati strani alla regia di Arte, perché siamo capaci di realizzare, noi due soli, un film dalla A alla Z. Lavoriamo per il nostro piacere e veniamo da lontano… e poi la causa dei migranti ci sta molto a cuore, perché ci aiuta a pensare che stiamo facendo qualcosa per il nostro popolo siriano”.

Ecco perché hanno deciso di fare una seconda parte di stranieri nella giungla: sono andati in Inghilterra sulla traccia dei migranti siriani di Calais. Questi ultimi hanno raggiunto le loro famiglie già insediate, già parlano l’inglese, si sono inseriti velocemente e hanno trovato un lavoro, e l’inferno di Calais è ormai dietro di loro.

Purtroppo i nostri giornalisti non potranno andare a ritirare i loro premi a Hollywood e Los Angeles a causa della legge di Trump, chi impedisce ai siriani di entrare negli Stati Uniti. Con l’appoggio del diretore di Arte, hanno scritto una lettera aperta a Trump dove si oppongono alla sua decisione : “Con questa lettera volevamo mandare un messagio di pace che nessuna personalità siriana nel mondo ha osato lanciare. I siriani non hanno mai partecipato ad operazione terroristiche, è quello che volevamo spiegare a Trump.”

L’esempio di questi due giornalisti mi rende orgogliosa, e mi dà fede nell’umanità. L’accoglienza europea è troppo preziosa, perché apre la porta a persone come loro, e ce ne sono tanti, per arricchire la cultura dei paesi d’accoglienza. Ma è anche un esempio che mostra che, se l’ostilità crea odio, l’ospitalità crea una buona intesa e storie di successo.

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