L’Editoriale #3: Il germe della Storia Antica

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Il germe della storia antica

Alì dagli Occhi Azzurri
uno dei tanti figli di figli,
scenderà da Algeri, su navi
a vela e a remi. Saranno
con lui migliaia di uomini
coi corpicini e gli occhi
di poveri cani dei padri

[…]

Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,
a milioni, vestiti di stracci
asiatici, e di camicie americane.
[…]

Da Crotone o Palmi saliranno
a Napoli, e da lì a Barcellona,
a Salonicco e a Marsiglia,
nelle Città della Malavita.
Anime e angeli, topi e pidocchi,
col germe della Storia Antica

[…]

L’antica cartografia cinese si distingue nettamente da quella occidentale (mediterranea) per una caratteristica interessante: concentra l’attenzione sui dati geologici dell’entroterra – montagne, fiumi, foreste, deserti – disinteressandosi delle coste e dei confini naturali del proprio mondo. Dove finiscano i fiumi, interessa poco i cartografi cinesi dell’antichità. La cartografia occidentale, invece, traccia con approssimazione l’interno (è vero che l’interno, per le civiltà mediterranee, in un certo senso è il mare; particolare non da poco), delineando con precisione i confini naturali e le coste, per indicare i limiti del mondo conosciuto. Le colonne d’Ercole, insomma, frontiera per antonomasia e nozione cartografico-culturale, hanno da sempre attratto l’immaginario mediterraneo e occidentale. Ma dove cominciassero i fiumi, era talvolta un vero e proprio mistero (si veda la leggendaria foce del Nilo).

Sia i cinesi che i romani (e i greci) percepivano le frontiere della loro cultura come le frontiere del mondo civilizzato, al di là del quale vi erano i barbari. La cultura cinese reagisce a questa concezione imbarcandosi in un’impresa titanica durata secoli, quella della grande muraglia, che intende tagliare fuori, senza riuscirci, ogni forma di vita aliena. Gli occidentali, invece, hanno esaltato la voglia di conoscenza e di esplorazione, dalla figura fondatrice di Ulisse fino alle conquiste romane e alle colonizzazioni moderne.

Questo aspetto della nostra cultura ha i suoi lati positivi e i suoi lati negativi, non è nemmeno il caso di elencarli; ci basta sapere che il cammino verso nuove terre – la progressiva colonizzazione dell’America da est a ovest sarebbe in questo senso un prodotto “culturalmente” occidentale – fa parte del nostro immaginario fondamentale di europei. Anzi, di più. Fa parte del nostro DNA in quanto esseri umani: veniamo dall’Africa e abbiamo viaggiato in lungo e in largo fino ad occupare tutte le terre emerse. Fino a tracciare con precisione assoluta carte geografiche complete di fiumi e mari; fino ad uscire dal pianeta stesso per fotografarlo galleggiare nel nulla.

Oggi l’Europa, da sempre luogo di migrazioni e di spostamenti di enormi masse umane, si sente minacciata da quelle masse che risalgono appunto dall’Africa. È ovvio che la colonizzazione, la decolonizzazione, il controllo economico esercitato brutalmente, e una sciagurata politica estera dell’occidente sono la causa principale di questa migrazione epocale. Ma non ci interessa molto farne un discorso politico, che si esaurirebbe in relazione all’attualità. Vogliamo invece chiederci: perché la migrazione contemporanea fa paura all’uomo europeo e occidentale?

Forse, c’è sotto qualcosa di molto più grande e profondo di quanto non vorremmo pensare: “Noi, le civiltà occidentali, sappiamo ormai di essere mortali”, scriveva Paul Valéry circa un secolo fa. Ai suoi tempi era il nazi-fascismo; oggi… pure? Insomma, abbiamo paura di vederci spazzati via in un soffio, dalla Storia che si muove, lenta e inesorabile come una colata di lava, o un flusso ininterrotto di masse umane. Il bello è che questa coscienza ci rende profondamente occidentali – questa concezione del tempo lineare, è tipicamente giudeo-cristiana. È accaduto all’impero romano, e ad altri imperi più antichi, o più moderni. Per tornare al confronto col mondo cinese: noi abbiamo vissuto nella nostra storia un cambiamento culturale tanto enorme, il cristianesimo, che abbiamo ricominciato a contare il tempo da zero. Niente di paragonabile si trova nella millenaria cultura cinese (o indiana ecc.), almeno fino al Novecento. Abbiamo coscienza, seppur a un livello di inconscio culturale, della possibilità di dimenticare tutto, o buona parte, del nostro passato. È paura del medioevo; o una paura medievale, paura dei turchi; di queste masse di poveri con una memoria , una lingua, una religione, e insomma una identità altra. Ma questo è il punto: l’occidente, l’Europa, e l’Italia in particolare, e il sud specialmente, si sono fondati sull’incontro, nel bel mezzo del mediterraneo, di culture e religioni. Non solo la nostra stessa idea di modernità (a partire dalla Rivoluzione francese) riconosce come positivo il concetto di cosmopolitismo (laico), ma anche le nostre radici più antiche: il primo a usare la parola “cosmopolita” fu già, secondo la leggenda, il filosofo cinico Diogene, ad Atene.

Addirittura lo stesso spazio europeo, secondo la geofilosofia di Massimo Cacciari, si sposta e si è spostato nei secoli, dall’Asia mediorientale fino all’America . E persino si può arrivare a dire che il concetto di crisi – diagnosticare una perdita di valori e/o un rinnovamento, rivoluzione – sia un elemento costituente della cultura europea, scandita su rivoluzioni, cambiamenti, crisi culturali più o meno repentine.

Il centro di questo numero è quindi la migrazione (e come sempre ogni rubrica, a modo suo, tocca la questione di copertina) in tutte le sue forme, dalla realtà più attuale a una riflessione più profonda. Migrazione come “germe della Storia antica”.

Questo mese rappresenta per L’Opinabile un primo salto di qualità. Siamo infatti orgogliosi di presentare su questo numero, oltre alle riflessioni dei nostri “rubricanti”, ben due contenuti esclusivi: Lubna Sareji, la nostra corrispondente (emigrata) per la cultura siriana e islamica, ha intervistato per noi Sandra Alloush e Tariq Haddad, rifugiati siriani in Francia, che hanno realizzato il documentario Strangers in the jungle, prodotto dalla rete televisiva Arte e vincitore di diversi premi, a Helsinky, Los Angeles, Hollywood.

Insieme a questa intervista esclusiva, traduciamo e pubblichiamo un estratto da La condition de l’exilé (2015), saggio di Alexis Nuselovici, traduttologo di fama mondiale e saggista attento all’attualità e alla condizione dell’esilio.

Così, è da una suggestione del professor Nuselovici che riprendiamo la copertina di questo mese, Uomo che cammina di Giacometti. Questa statua filiforme, che è tutta tesa nel proprio movimento, che esiste esclusivamente in esso, ci aiuta a riportare, con un semplice colpo d’occhio, l’attualità alla sua dimensione umana, antica, preistorica persino, si sarebbe tentati di dire genetica. L’uomo che cammina è insomma l’uomo tout-court, l’Homo Sapiens, che ha colonizzato ogni terra emersa e si prepara a esplorare lo spazio. Camminare è la nostra condanna: “la condizione dell’esilio è vicina alla verità sulla condizione umana”. Giacometti ci permette allora di vedere il fenomeno della migrazione attuale con la giusta distanza, quella della Storia Antica, che ha visto civiltà nascere e morire, incontrarsi, scontrarsi, unirsi e riprodursi, quasi secondo un modello biologico, indifferente come la Natura leopardiana.

Non si tratta, questo mese, di prendere posizione, né di esprimere una opinione. Ma di constatare, proprio come l’islandese delle Operette Morali di fronte alla natura, l’immensa indifferenza della Storia che si muove. È chiaro che possa fare paura, ma proprio questo dovrebbe far nascere (ed è ancora la lezione leopardiana ad ispirarci) un riflesso di solidarietà, invece di spingerci a barricarci dietro muri destinati necessariamente a crollare. A differenza dell’islandese, che poté almeno avere la soddisfazione di guardare e di accusare la Natura, noi, La Storia, non possiamo nemmeno affrontarla a quattr’occhi: poiché essa rimane ostinatamente inquietante alle nostre spalle, ma impigliandoci nella sua tempesta come L’Angelus Novus. Come andrà a finire, e se sia un bene o un male, quindi, non sta a noi dirlo, non ne saremmo in grado. Pasolini, che era poeta, profetizza:

e prima di giungere a Parigi
per insegnare la gioia di vivere,
prima di giungere a Londra
per insegnare a essere liberi,
prima di giungere a New York,
per insegnare come si è fratelli
– distruggeranno Roma
e sulle sue rovine
deporranno il germe
della Storia Antica.

Antonio Marvasi

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