Il Meno è più – Primati partenopei

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IL MENO è PIù

Primati partenopei

Di Valeria Iorio

Quando l’Architettura riesce nell’intento di offrire un’esperienza spaziale unica al suo pubblico, che all’interno di essa viene risucchiato, allora si genera una visione condivisa alla quale in pochi riescono a trattenersi dal vivere.

Il 4 gennaio 2017 un articolo della CNN di Kate Spinger sostiene che la nuova stazione dell’alta velocità di Afragola (NA), dell’architetta anglo-irachena Zaha Hadid, è un intervento destinato a rivoluzionare i viaggi in treno, almeno stilisticamente! Così anche l’Architettura Italiana, che sembra sepolta da una pesante coltre che le impedisce di guardare al futuro, fa eco e attira l’attenzione internazionale. Di fatto non è la prima architettura di Zaha Hadid realizzata in Italia, né tantomeno il primo intervento di Architettura contemporanea realizzato sul nostro territorio, anche da grandi Archistar! Allora perché quest’ opera viene citata tra le più belle dell’anno 2017 insieme al Louvre di Abu Dhabi di Jean Nouvel e allo Zeitz MOCAA in Cape Town di Thomas Heatherwick?

La stazione Tav di Afragola, a circa venti minuti da Napoli, è stata già definita la ‘porta del sud’ in quanto, una volta completamente terminata, sarà in grado di ridurre i tempi di collegamento con il sud Italia. La stazione, che si configura come un grande serpentone in cemento, metallo e vetro, lungo circa 350 m, collega tra loro i binari delle linee Roma-Napoli-Salerno e Napoli-Benevento-Bari, attraverso una galleria- ponte pedonale e commerciale, e mette in comunicazione le due fasce del nuovo parco naturalistico e tecnologico, che costituirà il contesto paesaggistico nel quale sarà inserita l’opera di Architettura. La stazione, costituisce il fulcro del parco naturalistico e tecnologico, che ha l’obiettivo di riqualificare e valorizzare l’intera area con laboratori ad alta tecnologia, centri per la sperimentazione agricola, attrezzature per lo sport e un grande centro espositivo.

La stazione inoltre costituirà un punto di snodo intermodale in quanto raccoglierà il trasporto regionale su ferro e su gomma e il trasporto verso la città con i treni della Circumvesuviana.

Il progetto del 2003, vincitore del concorso bandito dal Gruppo Ferrovie dello Stato, per il quale sono stati selezionati tra i primi dieci progettisti anche Eisenmann Architects, OMA-Rem Koolhass e Dominique Perrault Architect, copre un’area di almeno 20.000 mq e si configura nel territorio come un’opera di Land art, un segno architettonico di grande identità e gestualità che s’impone nel paesaggio naturalistico, cercando di riammagliare la discontinuità e la frattura creata dalla linea ferroviaria.

L’opera di architettura raccoglie e convoglia al proprio interno il flusso di passeggeri, stimato a 33000 viaggiatori/giorno, mediante gli accessi est e ovest che conducono alla sala centrale, pensata come un grande atrio con uno spazio a tutt’altezza su tre livelli, quello dei binari, quello della galleria pedonale e quello dell’area commerciale, con negozi, caffè e ristoranti. L’atrio centrale con ampie vetrate aperte sul paesaggio è caratterizzato proprio da una spazialità fluida, la cui geometria è plasmata dalle traiettorie dei passeggeri e dalle connessioni verticali, scale e rampe mobili che uniscono i tre livelli.

L’intera facciata, con superfici opache e ampie superfici vetrate, è stata progettata con criteri bioclimatici: la vetrata di 5000 mq prevista sulla galleria è stata concepita con shaders, elementi di oscuramento, per il controllo e la diffusione della luce solare diretta; l’intento è quello di realizzare superfici vetrate intelligenti, tecnologicamente avanzate, ma soprattutto viventi, in grado cioè di autoregolarsi per l’ingresso dell’energia solare. La scelta progettuale fa certamente riferimento al dettaglio di facciata dell’Institut du Monde Arabe a Parigi.

, progettato e realizzato alla fine degli anni ‘80 da Jean Nouvel: traendo ispirazione dal sistema di oscuramento della tradizione orientale, caratterizzato dal decoro geometrico della mashrabiyya, usato per proteggere dal sole e dalla vista, l’Architetto ha ripreso l’elemento archetipo e lo ha trasformato in un marchingegno fortemente innovativo per quegli anni, un diaframma fotosensibile che, come un occhio, si apre e si chiude regolando il flusso di luce solare.

Questo sistema di regolazione della luce genera una diversa percezione dello spazio interno, che dalla luce viene modellato, nelle diverse ore del giorno.

L’elemento che forse più di tutti riesce a fare breccia nella meraviglia degli spettatori è il carattere plastico dell’intero oggetto architettonico, che sembra scolpito dall’Architetto in persona, i volumi interni ed esterni sembrano annullare le regole del superato sistema trilitico, per cui uno spazio coperto nasce dall’incontro tra una superficie verticale e una orizzontale, negli spazi uterini di Zaha Hadid gli elementi architettonici si fondono a realizzare un tutt’uno organico, un sistema di continuità garantito da soluzioni tecnologiche e realizzative che prevedono l’uso di superfici trasparenti ‘a filo’ con quelle opache, in un’operazione di magia, per i profani, in cui il telaio si dissolve.

Zaha Hadid, scomparsa prematuramente nel marzo del 2016, era un architetto dello Star system, nata a Bagdad nel 1950, aveva ottenuto nel 2004 il più importante premio internazionale di Architettura, il Pritzker, per la prima volta al femminile, raggiunta solo nel 2014 da Kazuyo Sejima. Il lavoro di architettura della Hadid, portato avanti dal team dello Zaha Hadid Architects e supportato da un importante lavoro di ricerca, si estende al mondo del Design e della Moda ed è caratterizzato, volendo riassumere, da due elementi principali, tecnologia e futuro, che insieme innescano un meccanismo capace di rompere tutte le convenzioni: gli utenti delle architetture di Zaha Hadid sono rapiti in atmosfere spaziali e avveniristiche, di volumi sinuosi e spazi fluidi disorientanti, apparentemente in continuo dinamismo. Quale sia la risposta che l’Architettura debba dare ad un’esigenza concreta come quella dell’abitare e del vivere umano non verrà in questa sede indagato, ma è certo che Zaha Hadid, mediante un atteggiamento prima di tutto creativo e fuori dagli schemi, abbia voluto, attraverso i suoi progetti e le sue realizzazioni, fornire un altro punto di vista, una prospettiva del tutto diversa della realtà e dello spazio.

‘..the perception of architecture is different because it is a more immersive experience – it’s about is how the person places herself in the space..’ Designboom Interview (2007)

La stazione, di cui è prevista l’apertura per il giugno 2017, così come annunciato dal Ministro delle Infrastrutture Delrio, esprime un primato tutto partenopeo, che ha avuto inizio negli anni ’90 con un progetto del Comune di Napoli, in cui si è cercato di coniugare Urbanistica Ingegneria e Arte. Il progetto delle ‘Stazioni dell’arte’

ha visto la realizzazione delle stazioni metropolitane di Napoli con l’aiuto e la collaborazione di artisti italiani e locali, al fine di arricchire di valori estetici un grande servizio pubblico, in modo che il cittadino fosse invogliato all’uso del mezzo pubblico. Le Stazioni dell’arte segnano la ‘Rivoluzione artistica’ di Napoli, promossa dal Sindaco Bassolino e dal Critico d’arte Achille Bonito Oliva, i quali hanno voluto trasformare la città in un Museo d’Arte Contemporanea diffuso e valorizzare i non-luoghi di Augeé, i luoghi di percorrenza, elevandoli a luoghi dove sostare piacevolmente ed ammirare quell’arte contemporanea che in un ambiente accademico, come quello del museo, si adatta ben poco e diventa impotente. Il risultato è stato grandioso, oggi Napoli probabilmente vanta il maggior numero di opere di architettura contemporanea realizzate e in corso di realizzazione, e le più belle stazioni metropolitane italiane, tra cui quella di Toledo, premiata come la più impressionante e la più bella d’Europa, con il suo mosaico del color del mare e i suoi pannelli animati, che raffigurano il movimento ondoso, ci regala un’immersione nel blu dipinto di blu.

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