Close-Up – Split

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CLOSE-UP

SPLIT

Di Valentina Zaccagnini

Come tuonato da McAvoy durante l’ultima formidabile trasformazione nel finale, “Split” parla di un uomo in ostaggio del proprio disturbo dissociativo d’identità che sviluppa dei superpoteri, delineando così la genesi di uno dei più supercattivi di sempre.

Una signora molto gioviale sulla cinquantina con un pullover e la gonna sotto al ginocchio sta preparando dei toast, dicendo che un velo di paprika dà più sapore. Poi sulla porta compare un trentenne rigido con una camicia grigia abbottonata fino al collo e gli occhiali sul naso. Indispettito, le intima di pulire il bagno perché è lercio e lui non ama vivere nella sporcizia. E il ragazzino di otto anni che gioca sulla porta non fa che parlare dell’arrivo della Bestia.

Casey resta pietrificata.

Perché ha capito che Lui è tutti loro.

Ohio, 1977. Una studentessa denunciò di aver subito uno stupro nel campus locale da quello che descrisse alla polizia come “maschio bianco caucasico, 30 anni circa, di altezza e peso medio”.

Molto tempo dopo, quando il responsabile venne catturato e messo sotto processo, i 5 psichiatri che lo avevano osservato in quei mesi testimoniarono sotto giuramento che, a compiere l’infame gesto, non fu lui. O meglio non fu la sua personalità primaria, ma un’altra. Quella di Adalana, una ragazza di 19 anni, lesbica, timida e bisognosa di attenzioni che, a suo dire, voleva solo “sentirsi amata, protetta e abbracciata” e che, in seguito a ciò, era stata bandita dalle altre 23 personalità che risiedevano nel cervello di Billy Milligan.

Quest’uomo rapì, violentò e rapinò tre donne e fu assolto per infermità mentale poiché affetto da un disturbo dissociativo d’identità. Nel libro “Una stanza piena di gente” Daniel Keyes ha ben delineato cronologicamente e clinicamente la vita di questo ragazzo segnata dal tentato suicidio del padre e dagli abusi sessuali inflittigli negli anni successivi dal patrigno. La scissione in 24 parti era avvenuta all’età’ di nove anni e da quel momento, finché non trovò le cure necessarie adeguate al problema, era in completo ostaggio dei suoi “ospiti”.

Ogni personalità era molto ben strutturata, completamente diversa dalle altre e con un compito specifico che gli consentiva di “uscire sul posto” al momento giusto; per questo, fin dall’età’ di sedici anni (cioè quando aveva tentato il suicidio provando a gettarsi dal tetto della scuola), Billy era stato tenuto costantemente addormentato e non era in grado di ricordare assolutamente niente di tutti i crimini che aveva commesso.

Era un altro a essere il guardiano del dolore.

Era un altro a vigilare sulla rabbia e sull’odio.

Erano altre persone a parlare slavo o inglese o ebraico.

Era un’altra a cercare amore stuprando altre donne.

Erano altri a rubare, truffare e a fuggire continuamente dagli istituti di correzione.

Sono molti i film che hanno dedicato larga attenzione ai disturbi psichiatrici. Basta pensare, senza risultare banali, ad “American Psycho” di Mary Harron, a “Shutter Island” di Scorsese oppure a “Antichrist” del sommo Von Trier. Ma, effettivamente,

i grandi fan del cinema horror slasher/psicologico si saranno spesso chiesti come mai nessuno avesse mai dedicato nemmeno un fotogramma all’incredibile storia di Milligan. Dopotutto ci sono persone che ogni volta che aprono il giornale e ci trovano notizie truculente sono disposte a prendersi del tempo per scovare il maggior numero di dettagli morbosi possibili. E io sono una di quelle. Più è ossessivo e patologico, più mi sale l’appetito e ho voglia di farmi un toast. Per questo motivo quando ho sentito parlare di “Split” ho cominciato a fregarmi da subito le mani. Prima di tutto perché provo un’adorazione smisurata per Mr. Night Shyamalan. E’ vero, la sua carriera non è stata sempre impeccabile. Anzi diciamo pure che dal 2004 non ne azzeccava una. Dopo svariati buchi nell’acqua costituiti da filmacci come “The Village”, “Lady in the water” e – mio dio – quella cosa inguardabile che risponde al titolo de “L’ultimo dominatore dell’aria”, ero quasi convinta il regista avesse perduto quel guizzo particolare che gli aveva permesso di girare capolavori come “Il Sesto Senso” o “Unbreakable – Il predestinato”.

Ma poi nel 2015 è uscito l’horror “The Visit” e ha stupito tutti per l’estrema maestria nel coniugare buoni contenuti e low budget; omaggiando i b-movie degli anni 80 pur rendendo la messa in scena cosi squisitamente attuale. Una piccola isola felice in un genere così orrendamente setacciato e svilito da ormai troppi anni con resa così realmente paurosa che Deanna Dunagan risulta spaventosa come poche cose.

Quello che sorprende nei film di Shyamalan – e che conseguentemente fa ghiacciare il sangue nelle vene – è l’altro punto di vista da cui viene raccontato il disturbo mentale. Descritta come qualcosa che sicuramente ammorba e vive relegato ai margini del mondo, la malattia allo stesso tempo è rappresentata quasi come una sorta di “intelligenza superiore”. E’ una condanna ma è anche la chiave per fuggire da una condizione miserabile e trovare un proprio spazio nel mondo per costruirsi un’altra dimensione potenziata perlopiù malefica. Non si parla di una poetica rinascita. In questo slancio verso una nuova determinazione c’e’ sicuramente qualcosa di quasi eroico, però al contrario.

Questa è la vera logica di “Split”.

La storia di Milligan rappresenta solo una mera ispirazione per delineare a tutti gli effetti la genesi di un supervillain. Kevin è un uomo abusato fin dall’infanzia e che ha orrendamente sofferto per i soprusi commessi dai suoi genitori. Il dolore provato era talmente insopportabile da non riuscire a reggerlo da solo e allora ha dovuto spaccarsi (to split), in 23 parti, per poter sopravvivere gettandolo nella dannazione ma offrendogli la chiave per una nuova salvezza. Lui non può più essere se stesso, ma solamente tutti gli altri, ma questa rappresenta solo un potenziamento delle sue capacità mentali e fisiche. Kevin allora è una donna civettuola, è un aspirante stilista, è un rigido studioso di storia mediorientale, è un bambino cui piace il rap. Kevin diventa tutto e, a un certo punto, perfino di più. Perché tutte 23 le personalità attendono la loro summa estrema: la Bestia. Complice il particolare posto in cui ha scelto di vivere addizionato alla condanna alla solitudine (resi entrambi dalla claustrofobica fotografia di Mike Gioulakis), la Bestia si rivela per quello che è: qualcosa di superiore e ultramalvagio, che trama vendetta contro l’umanità’ che non può comprendere. Kevin è un Superman al contrario, uno che ha dovuto imparare così bene dal dolore da farsi travolgere completamente, capovolgendo se stesso e tutti gli altri nel lato più orrendamente oscuro, bestiale e senza coscienza, tranne una: si nasce nel dolore e solo in esso ci si può evolvere.

Tecnicamente il film è impeccabile. Squisitamente girato con sapienti movimenti di macchina che oscillano dal fluire instabile della steadycam che rende alla perfezione la precarietà completa della situazione; la particolarità delle inquietantissime riprese a camera fissa che ci restituiscono la soggettiva di Casey quando osserva Hedwig ballare (mette letteralmente I brividi), fino ai commoventi fegatelli che ci rivelano i dettagli dei 23 spazzolini, delle 23 grucce coi vestiti ecc. ecc.

La scrittura sapiente ben gestisce la complessità della storia e ne esplica alla perfezione gli archi narrativi dei protagonisti, resi da un superlativo James McAvoy, in grado di sfoderare una mimica eccezionale e completamente differente per ogni personalità con una bravura che lascia inebetiti sulla poltrona. L’affascinante Anya Taylor-Joy (già ammiratissima nel raffinato “The Witch”) sembra soprannaturale anch’essa col suo sguardo stralunato ed incarna la problematica adolescente Casey con la grazia assoluta dei torturati che patiscono un dramma, soffrono e restano ai margini del mondo.

Il twist finale fa venire le lacrime agli occhi e un senso di anticipazione tale che sembra impossibile poter aspettare quello che verrà e si lascia la sala col sorriso, realizzando che dal 2000 sono passati 17 anni e che, in effetti, mettendo insieme i pezzi, sarebbe anche ora dello scontro finale.

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