Calciomigranti – La crisi dei migranti e il modello FARE per abbattere i muri (a pallonate)

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Calciomigranti*

La crisi dei migranti e il modello FARE per abbattere i muri (a pallonate)

di Rocco Di Vincenzo
Secondo le stime dell’International Organization for Migration [http://gmdac.iom.int/] sono stati 1.011.700 i migranti arrivati via mare nel 2015 [1] in Europa. Quasi 34.900 via terra. Una popolazione inferiore solo a quella di Roma e Milano, se volessimo inserire questa mole di persone nella classifica delle città italiane: cifre davvero importanti, insomma (ancor più se comparate ai flussi degli anni precedenti: nel 2014 si parlava di 280.000 arrivi complessivi).

Si tratta di persone che decidono di lasciare la propria terra perché costrette a farlo (nemmeno i più accaniti oppositori alle politiche d’accoglienza – nemmeno Salvini in persona – possono negare ciò, perché nessuno lascerebbe la propria terra se non costretto) e che per farlo mettono a repentaglio la propria incolumità (secondo le stime che vi riportiamo e che sono bene riassunte in un [ http://www.bbc.com/news/world-europe-34131911 ] articolo tratto dal sito della BBC, sono quasi 3.770 i migranti morti nel 2015 per raggiungere l’Europa) e andando frattanto incontro ad un futuro incerto (in barba all’incompresa – difficilmente comprensibile? – ironia di Bello Figo Gu).
Vengono principalmente dalla Siria della Guerra Civile, dall’Afghanistan e dall’Iraq (a testimonianza di quanto fossero sagge e lungimiranti le politiche internazionali statunitensi post 11/9), ma anche da Kosovo, Albania, Pakistan, Eritrea, Nigeria, Iran e Ucraina.
Rappresentano a tutti gli effetti un’emergenza: un’emergenza logistica (cosa bisogna fare con tutti questi esseri umani?) ma anche e soprattutto sociale. E’ difficile avere a che fare con l’alterità (è difficile avere a che fare col vicino di casa, figurarsi con chi viene da luoghi distanti da noi decine di migliaia di chilometri) e dinnanzi ai flussi migratori una delle soluzioni più semplici parrebbe quella di alzare muri, più o meno letteralmente. E se quando si parla di muri il pensiero tende ad andare a Trump e alle sue trovate propagandistiche legate al muro da innalzare al confine col Messico, non si può frattanto non pensare al suo [https://en.wikipedia.org/wiki/Hungarian_border_barrier] prodromo innalzato in Ungheria (un tempo, all’est, si potevano trovare la fiera di branduardiana memoria o al limite il socialismo reale. Oggi è tempo di fascismi).

Per fortuna però, contro i muri, c’è chi ha pensato di giocare a pallone. Un po’ come facevamo nei cortili, un tempo, quando giocavamo alla tedesca e sognavamo di eliminare tutti gli astanti a furia di colpi di spalla.

Oggi chi gioca a pallone contro i muri lo fa per abbatterli. E lo fa proponendo un modello d’accoglienza che supera la pura retorica, affidandosi ad una delle passioni che accomuna i popoli di tutto il mondo (e che è di una potenza tale da riuscire a fermare le guerre). Di fatto, si tratta di un modello d’accoglienza estremamente pratico e parecchio diffuso: basti vedere la ‘mappa’ della http://www.farenet.org/ FARE (Football Against Racism in Europe), che ha schedato una parte delle realtà che organizzano iniziative calcistiche per migranti.

Sono centinaia in tutta Europa queste realtà convinte che lo sport più seguito al mondo sia il mezzo più adatto ad aggregare migranti e autoctoni, tredici solo in Italia [2]: e se di realtà come il Lampedusa Amburgo [http://www.linkiesta.it/it/article/2014/11/12/fc-lampedusa-la-squadra-dei-rifugiati-di-amburgo/23474/] c’è chi ha già parlato abbondantemente (sarà per il nome, sarà perché la squadra è sostenuta da una realtà iconica del calcio antagonista come il St Pauli), vogliamo menzionare in questo luogo le realtà nostrane.
Per non scontentare nessuno – e perché ogni realtà rappresenta un universo meritevole di approfondimento – mi limiterò a citare lo squadre in questione, con link annesso (qualora vogliate informarvi da voi, o supportare): l’Afro-Napoli United di Napoli, l’Atletico Pop United di Anzio e Nettuno, l’ASD Balon Mundial di Torino (realtà che non si limita al  calcio), l’ASD Cara Mineo (primo nel suo girone di seconda categoria, dopo essere stato promosso dalla terza), l’Atletico Diritti patrocinato dall’Università Roma 3, il La Paz Antiracista Football Club di Parma, l’RFC Lions Ska Football Club di Caserta, il Liberi Nantes di Roma, la Playmore United di Milano (che ha alle spalle Fondazione Cariplo, Adidas e San Carlo), la Stella Rossa 2006 di Napoli e, per finire, l’Associazione Optì Pobà di Potenza (il cui nome ricorda una quantomeno infelice battuta del Presidente della Figc Carlo Tavecchio).

 

*In questo numero dedicato ai migranti non ho potuto non allontanarmi dal tema principale della mia rubrica (il calciomercato e i flussi di denaro collegati al gioco del pallone) per dimostrare come il calcio non sia solo quello dei milioni e per dimostrare che i muri non hanno poi troppo senso (se non per giocare alla tedesca).

 

NOTE

[1] Ad oggi non sono stati pubblicati report ufficiali con le cifre per il 2016

[2] Tredici sono le realtà segnalate sul sito di FARE. In realtà due di esse sembra abbiano cessato le attività

 

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