Il genetista cavia di se stesso: Brian Hanley e il dominio della tecnica

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Il microbiologo Brian Hanley si è iniettato nel proprio corpo l’ormone della crescita per testare la elettroporazione. Quali i risvolti deontologici e filosofici?

Il biologo Brian Hanley mostra un tatuaggiosulla sua coscia che marca il punto in cui è stata iniettata la sua terapia genetica sperimentale.

Qualche anno dopo la pubblicazione del Fu Mattia Pascal, Pirandello trovò sui giornali un caso di cronaca molto simile. Non si stupisce più di tanto che la realtà segua l’immaginazione, e che anzi la realtà possa persino essere più improbabile della finzione.

Potremmo allora fare riferimento al Dottor Jekyll e Mr. Hyde, ma forse è più utile ai nostri fini ricordarci di una novella di Italo Svevo, lo specifico del dottor Menghi. Uno scienziato trova una formula per allungare la vita: la sua medicina, denonimata l’Annina rallenta il metabolismo tanto da rallentare l’invecchiamento. Lo sperimenta sulla sua vecchia madre, che cade in una sorta di come lucido. Una volta risvegliata prega il figlio di non farlo mai più. La novella si conclude:

Restiamo perciò mortali e buoni. Ho distrutto l’Annina e l’umanità può essermene riconoscente.

Oggi, cento anni dopo, la novella di Svevo si realizza, con le dovute differenze. Il protagonista della storia – di cronaca – si chiama Brian Hanley. È un microbiologo californiano di 60 anni che non trovando finanziatori per sviluppare la sua terapia sperimentale, ha deciso di iniettarsi l’ormone della crescita Ghrh che, alterando il suo Dna, dovrebbe renderlo enormemente più forte, resistente e longevo.

“Non lo abbiamo mai provato sugli esseri umani, ma da tutto quello che ho visto su cani, gatti, maiali e cavalla, sembra un passo ragionevole” dice alla rivista MIT technology review Douglas Kern, veterinario che ha lavorato al VGX. “(l’ormone Ghrh) ha effetti positivi molto profondi nella maggior parte delle specie”.

Il settimanale Pagina99, spiega: “La tecnica usata da Hanley, la elettroporazione – consente di iniettare nelle cellule, attraverso scariche elettriche, filamenti circolari di Dna (chiamati plasmidi) che stimolano la produzione di determinate proteine – è la stessa con cui si sta tentando di arrivare al vaccino per il virus Zika. Ma quella messa in atto dal microbiologo è una pratica che la comunità scientifica considera molto rischiosa e che pone enormi problemi etici.  Le ricerche sulle terapie geniche richiedono autorizzazioni, tecnologie sofisticate, investimenti di milioni di dollari e vengono effettuate nei migliori centri di ricerca per individuare cure a malattie rare.”

Nel pianificare il suo studio, Hanley ha però saltato alcuni passaggi che la maggior parte delle aziende di sviluppo di farmaci considererebbero essenziali. Oltre al procedimento senza l’approvazione della FDA, non ha mai testato la sua formula su tutti gli animali. Ha ottenuto il via libera dell’Istituto di Medicina rigenerativa e cellulare di Santa Monica, in California, in cui un “comitato etico”, privato o IRB, fornisce supervisione etica sugli esperimenti umani.

Tuttavia, l’applicazione dalla sua società di aumentare i “livelli di GHRH a livelli più ringiovanenti” Hanley si è guardato bene dall’indicare che aveva intenzione di essere lui il soggetto dell’esperimento. Lui dice che non è un problema, perché conosce bene i rischi che corre, dopo aver lavorato sul progetto per tanti anni. “Il mio è un consenso di persona informata” dice, “non c’è nessuno al mondo più informato di me”.

Ma alcuni esperti di etica vedono in questo comportamento una significativa omissione, non solo deontologica. “Se scoprissi, solo dopo averlo approvato, che un protocollo sperimentale si riferiva ad una auto-sperimentazione, ne sarei seriamente infastidito”, dice Hank Greely, professore di legge alla Stanford University, alla MIT technology review. “Questo è sicuramente il tipo di cosa che un comitato scientifico dovrebbe conoscere”.

Il problema, per gli scienziati è da un lato della possibilità che l’obiettività dell’osservazione sia compromessa, come un medico che si propone di trattare i membri della propria famiglia, anzi, ancora di più, dal momento che Hanley è il progettista della terapia come così come il suo destinatario, e può essere finanziariamente dipendente dal risultato.

“Quando si fanno esperimenti su se stessi nasce un molto, molto profondo conflitto di interessi”, riassume Greely.

La sua osservazione, come si vede, è puramente scientifico-deontologica. La sua obiezione è di natura puramente pragmatica: sarà empiricamente valido un esperimento in cui cavia e ricercatore sono la stessa persona? Ottima osservazione, ma è chiaro che non basta. È necessario uscire dal ristretto laboratorio di biologia.

Il problema dello scienziato “pazzo”, che si fa cavia di se stesso, è un problema etico di prim’ordine. E quando diciamo etica, diciamo Kant, secondo il quale l’uomo doveva essere il fine, e non il mezzo.

Ma Kant viene da un’altra epoca. Ed è proprio sul campo dell’etica che il mondo oggi subisce una svolta epocale. La tecnica ha già preso il posto centrale, diventando essa il fine, e rendendo l’uomo il mezzo. Almeno nel caso estremo di Hanley. Ma anche, per volare molto più basso, sui social network. Il fine di FB non è certo quello, umanistico, di unire le persone; bensì quello di raccogliere informazioni commerciali da rivendere. Il suo fine non è l’essere umano, ma la monetizzazione dei suoi gusti e preferenze.

Il discorso è quindi molto ampio e complesso. Ma credo ci sia almeno una cosa da osservare. Se è vero che stiamo passando al dominio assoluto della tecnica, è perché, come osservava un grandissimo filosofo della scienza come Bertrand Russell, il progresso tecnico-scientifico procede più velocemente dell’avanzare del pensiero filosofico ed etico. E così, di fronte a un problema squisitamente tecnico come quello dell’eutanasia, ci troviamo, credenti e non, assolutamente disarmati da un punto di vista morale.

Bisogna osservare insomma che la problematica si pone dal momento che è possibile – dato il livello fantascientifico della scienza oggi – che si ponga. Kant, forse, non basta più.

Lo si potrebbe integrare probabilmente col biopotere di Foucault, e così vedere sotto una prospettiva più aggiornata, e anche più sadica (e cioè anche pasoliniana), l’azione del potere di oggi. Hanley, scienziato biologo, ha decisamente una forma tra le più dirette (e semplici) di potere sul corpo. Il fatto che usi questo potere su se stesso – sorta di masturbazione scientifica – e il fatto che non rilevi dentro di sé (nella sua kantiana legge morale) il problema né etico (il farsi mezzo) né più strettamente ermeneutico (l’obiettività dell’osservazione), sarebbe profondamente significativo dell’evoluzione antropologica che abbiamo detto, tanto amaramente descritta, appunto, da Pasolini e Foucault.

Henley infatti, vuole dimostrare soprattutto che il trattamento genetico è da ritenersi un intervento di routine, e profetizza un futuro prossimo in cui tutti faranno uso quotidiano di iniezioni agli ormoni rinforzanti e geni anti-invecchiamento.

Il fatto è, che potrebbe seriamente avere ragione; e se così fosse, non sarà possibile impedirlo (“ci accorgiamo che è già troppo tardi” diceva Pasolini in una delle ultime interviste), e sarà arduo, molto arduo per i filosofi, affrontare il dominio della tecnica. Al punto che non sappiamo, oggi, come posizionarci di fronte a tali questioni etiche, se non ritornando alla religione, a un sentimento irrazionale-gnostico del reale. Fenomeno che, nelle sue innumerevoli forme, è sotto gli occhi di tutti.

Se il dottor Menghi ha distrutto la sua pozione in nome dell’umanità, il professor Henley tende piuttosto a distruggere l’umanità (meglio, l’umanesimo) in nome della sua pozione.

O forse la facciamo troppo lunga.

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