Comunicazione scientifica e post-verità: una sfida politica ed etica

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In sintesi: La diffusione virale di informazioni false è un problema perché mette in pericolo la società. Alcuni studi hanno mostrato come le smentite insistenti non solo siano inefficaci, ma paradossalmente accentuino il fenomeno. Si rendono perciò necessarie misure politiche che oltrepassino il libero dibattito, uno scenario che pone importanti questioni etiche circa le possibili limitazioni alla libertà di parola.

Questo mese il periodico Le Scienze pubblica l’articolo Cinque cose che sappiamo essere vere. L’articolo è un compendio delle prove a favore di cinque fatti, sostenuti dagli scienziati con un alto grado di confidenza. Invitiamo il lettore a recarsi nell’edicola, nella biblioteca universitaria o nell’emeroteca più vicine, e leggere l’articolo originale. Noi ci limitiamo a elencare quali sono i cinque fatti:

  1. L’evoluzione delle specie biologiche;
  2. Le cure omeopatiche non sono efficaci;
  3. I vaccini non causano l’autismo;
  4. Il riscaldamento globale è correlato alle attività umane, in particolare all’uso di combustibili fossili e alla deforestazione;
  5. Non esistono prove credibili a favore di visite aliene sulla Terra.

L’intenzione dell’articolo è tentare di arginare la crescente tendenza a mettere in discussione fatti scientifici consolidati, e la formazione di comunità – reali o virtuali – che sostengono “fatti alternativi”. Infatti, se da un lato è un principio accettato che “l’onere della prova spetta a chi afferma”, e quindi la negazione è un atto logicamente ineccepibile; dall’altro lato è vero anche che la Scienza di prove ne avanza molte a favore di questi fatti. Pertanto l’insistenza della negazione manifesta l’ignoranza – involontaria o deliberata – di queste prove, e l’articolo intende fornire al lettore gli strumenti necessari a colmare tale ignoranza. È un’operazione di cosiddetto debunking, ovvero la confutazione di affermazioni false attraverso metodi scientifici.

Certamente lo scettico potrà strenuamente obiettare che le prove elencate, pur numerose, non fanno una certezza; ma si tratterebbe di un’obiezione di nessuna valenza pratica, perché intorno ad affermazioni di carattere empirico non c’è mai certezza assoluta. A noi piacerebbe disporre tutte le affermazioni entro uno spazio logico che consti di due sole caselle: VERO e FALSO. Ma la verità e la falsità assolute sono impossibili da stabilire praticamente. Perciò, a meno di non cadere in un relativismo radicale che lascia poco spazio alla discussione, occorre che ci si armi tutti di grande buon senso, e che si dia più peso alle affermazioni che raccolgono molte evidenze a favore, e le cui alternative hanno evidenze contrarie. In questo senso, i cinque fatti dell’articolo hanno una sostenibilità molto alta.

Il problema della post-verità

L’articolo è però anticipato da un preambolo, e da un editoriale di Marco Cattaneo intitolato L’edificio della scienza. Rischi e opportunità nell’era della post-verità, nei quali si sottolinea come, per quanto animato da ottime intenzioni, sarà probabilmente meno efficace delle aspettative. Il motivo è che spesso chi propone o sostiene “fatti alternativi” è refrattario non solo all’analisi delle evidenze scientifiche, ma anche al dialogo con l’altra parte, ed è quindi molto difficile che le argomentazioni sortiscano effetto.

La refrattarietà all’analisi oggettiva dei fatti ha trovato un appellativo, recentemente di larga diffusione: post-verità. Questa espressione, eletta parola dell’anno 2016 dall’Oxford English Dictionary, si riferisce a “circostanze nelle quali fatti obiettivi sono meno influenti nell’orientare la pubblica opinione che gli appelli all’autorità e le convinzioni personali”, secondo la definizione ripresa anche dall’Accademia della Crusca (link).

A questa definizione andrebbe aggiunto anche l’atteggiamento di manifesta insofferenza – ancor più che indifferenza – verso l’esame dei fatti. La filosofa Kathleen Higgins ha scritto su Nature (link) che la post-verità si riconosce quando viene preso sul serio, e non più come una battuta di spirito, il motto “Non mi annoiare con i fatti”. Il problema – scrive Higgins – è che “molti sentono solo quello che va loro di sentire, perché la maggior parte si informa esclusivamente attraverso canali di cui condivide già le convinzioni di fondo.”

Ne avevamo scritto anche noi (La post-verità, un nuovo vecchio problema), sottolineando come “di solito, un enunciato di verità dovrebbe andare ad accrescere le informazioni di colui che ascolta. Invece un enunciato post-vero […] va a confermare l’opinione dell’ascoltatore, non aggiungendo nulla alla quantità di informazioni posseduta.”

Ma c’è di più. L’editoriale di Marco Cattaneo richiama anche un precedente articolo pubblicato da Le Scienze nel febbraio 2016, intitolato L’era della (dis)informazione, secondo cui le operazioni di debunking non sortiscono un effetto minore delle aspettative, ma addirittura opposto! L’articolo, firmato da Walter Quattrociocchi, coordinatore del Laboratorio di Computational Social Science dell’Istituto IMT di Alti Studi di Lucca, riassume i risultati di una serie di studi di cui è coautore. Gli studi hanno analizzato l’evoluzione e le interconnessioni di 39 pagine Facebook italiane di teorie del complotto e “alternative facts”, per un periodo di 5 anni dal 2010 al 2014. “I risultati – si legge – hanno mostrato che per gli utenti esposti a debunking la probabilità di continuare a interagire con informazioni complottiste è circa il 30% più elevata rispetto ai non esposti. […] Abbiamo verificato le stesse dinamiche nel contesto del Facebook statunitense su 55 milioni di utenti e abbiamo trovato sostanzialmente le stesse dinamiche.” In sostanza il debunking sarebbe addirittura controproducente, perché gli utenti si polarizzano ancora di più sulle proprie posizioni. Una scoperta inaspettata e scoraggiante secondo l’autore, che prospetta l’ingresso in “un’epoca della credulità”. Quattrociocchi è anche autore del libro Misinformation, scritto a quattro mani con la giornalista Antonella Vicini, che approfondisce i contenuti e le implicazioni di queste ricerche.

Sfide politiche e questioni etiche

Di fronte all’inefficacia – se non alla contro-produttività – del libero dibattito e del debunking, potrebbe essere necessario che le istituzioni si assumano l’onere di decisioni di responsabilità, anche impopolari. Ne è un esempio, in Italia, il recente accordo di massima raggiunto tra le Regioni e il Ministero della Salute per rendere obbligatorie tutte le vaccinazioni infantili, pena l’esclusione dei bambini non vaccinati dagli asili nido e dalle scuole materne pubblici (link da La Stampa). L’accordo è stato motivato dai contraenti anche con un crescente pericolo per la salute pubblica, dato che la percentuale di vaccinazioni infantili è scesa in Italia sotto il 95%, la soglia di sicurezza minima raccomandata dall’Organizzazione Mondiale per la Sanità (OMS).

L’urgenza di limitare il fenomeno della falsa informazione è accentuata dall’ascesa di leader politici con posizioni – e soprattutto con convinzioni – post-vere. Caso tra i casi, la nuova amministrazione USA di Donald Trump, che conta negazionisti del cambiamento climatico e sostenitori della presunta correlazione tra vaccini e autismo, incluso lo stesso Presidente. Ne avevamo parlato in Il futuro incerto della scienza sotto l’amministrazione con Trump con toni preoccupati.

A questo proposito la Higgins invita anche gli intellettuali a schierarsi e confrontarsi attivamente: “Scienziati e filosofi – scrive – dovrebbero alzare la voce quando le scoperte scientifiche sono ignorate da chi amministra il potere, o declassate a mera materia di discussione. Gli scienziati devono insistere nel ribadire l’importanza della missione sociale della scienza: fornire la migliore conoscenza possibile come base per le politiche pubbliche.”

Nel 2013 il World Economic Forum – un’organizzazione senza scopi di lucro – ha inserito la disinformazione online tra i principali rischi globali per la società (qui il link del rapporto). Nel rapporto, ancora molto attuale, il WEF si domanda quali misure limitative siano percorribili, asserendo che “restrizioni legali all’anonimato e alla libertà di parola online sono una strada possibile, ma che possono avere anche conseguenze indesiderate”. Ad esempio gli stati nazionali o le istituzioni internazionali potrebbero abusare di queste facoltà per esercitare un potere di censura. “Controllare la diffusione di false informazioni online, sia attraverso leggi nazionali che con tecnologie sofisticate, solleva delicati interrogativi sui limiti della libertà di parola – un valore che non è considerato o celebrato alla stessa maniera nelle diverse società.”

Secondo il WEF la soluzione sarebbe la promozione e lo sviluppo di un’etica, basata sulla responsabilità e su un salutare scetticismo. Ma – ci si chiede – come discutere e definire una simile etica “senza polarizzare ulteriormente le società sui temi delle libertà civili?” Nel rapporto del WEF si caldeggiano i leader mondiali a porsi queste difficili domande e iniziare a discuterne.

Un utile esercizio preventivo

Il problema della post-verità, che probabilmente diventerà via via di maggiore attualità, è molto articolato e non intendiamo fornire qui spunti di soluzione, che sarebbero necessariamente superficiali. Ci limitiamo a quello che ci sembra un utile consiglio: se ogni cittadino facesse esercizio di un’etica della lettura responsabile, domandandosi Sto leggendo per arricchirmi, o sto solo confermando le mie opinioni preconcette?, e si rispondesse con onestà, sarebbe già un buon punto di partenza.

di Costantino Pacilio

LEGGI LA SECONDA PARTE DELL’ARTCOLO

PER APPROFONDIRE

La fine dell’informazione, editoriale di Marco Cattaneo, Le Scienze, 2 Febbraio 2016;

Intervista del Corriere della Sera a Walter Quattrociocchi, 3 Novembre 2016.

 

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