ENI Nigeria: Mega-mazzetta Italian style

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Brutte notizie per il gigante italiano degli idrocarburi, Eni. La scorsa settimana c’è stata una svolta nell’inchiesta che vede implicata la multinazionale assieme al gruppo anglo-olandese Shell in un caso di corruzione da più di un miliardo di dollari che sarebbe avvenuto nel 2011 in Nigeria. La Commissione d’inchiesta sui crimini economici e finanziari della Nigeria (EFFC) ha ottenuto dall’Alta Corte Federale un’ordinanza che autorizza il governo di Abuja ad intimare alle due oil major di restituire la licenza per sfruttare il giacimento petrolifero “OPL 245” fino a quando non saranno state completate le indagini. Se ciò dovesse avvenire – cosa altamente probabile – l’Eni rischia grosse perdite.
L’OPL 245 è un blocco petrolifero offshore le cui riserve stimate ammonterebbero a circa 9,23 miliardi di barili di greggio, si tratta forse del più grande giacimento scoperto nel continente africano. Eni e Shell si erano aggiudicate la licenza sei anni fa firmando l’accordo con l’allora presidente nigeriano Goodluck Jonathan. Pochi anni dopo, nel 2014, sono stati pubblicati i primi risultati di una serie di indagini nigeriane, statunitensi, britanniche, olandesi e italiane su questa transazione, che in realtà potrebbe rivelarsi una delle più grandi tangenti della storia mondiale.

Il caso
Tutto ha avuto inizio alla fine degli anni 90. L’allora ministro del petrolio Dan Etete (siamo ai tempi del dittatore Sani Abacha) assegna per 20 milioni di dollari (una frazione del valore attuale) il giacimento Opl 245 alla Malabu Oil & Gas, una società la cui proprietà , anche se schermata, risaliva proprio al ministro. Nessuno lo sapeva, ma Etete era entrato in possesso di uno dei giacimenti petroliferi più importanti della Nigeria.
A partire dal 2007 Shell ed Eni iniziano le trattative per acquisire i diritti di sfruttamento del mega-giacimento. Come detto, quattro anni dopo trovano un accordo con l’esecutivo di Abuja nel quale si prevede un pagamento di 1,092 milioni di dollari. Ovviamente questi soldi sarebbero dovuti finire nelle casse dello stato nigeriano. Secondo gli inquirenti, invece, non ci sarebbero mai arrivati, perché l’intera cifra sarebbe stata trasferita alla Malabu, ed Etete e i suoi fedelissimi se la sarebbero poi spartita. Secondo gli inquirenti il governo nigeriano avrebbe agito solo da tramite girando l’importo alla Malabu.


Le due società si sono sempre dette estranee ai fatti e si sono difese sostenendo di aver trattato solo con il governo e versando l’intero prezzo su un conto intestato all’esecutivo nigeriano senza aver mai avuto rapporti con la Malabu. L’Eni, incalzata dall’Ong Global Witness, ha infatti sempre ribadito: “Riteniamo che il governo di una nazione sovrana non debba essere messo in discussione e che l’aver siglato un accordo direttamente con esso garantisca la completa trasparenza della transazione”.
Stando alle indagini, invece, le due multinazionali erano perfettamente consapevoli di quanto stava accadendo e dunque si tratterebbe del caso di corruzione più grande della storia.
Da quel che è emerso sembra che fin dal 2007 Eni sapesse che dietro la Malabu c’era Etete e che i soldi erano diretti a una “cricca” di politici nigeriani di alto livello. Il 23 febbraio del 2007 alcuni dirigenti del cane a sei zampe avrebbero incontrato all’hotel Four Seasons di Londra emissari della Malabu e fra di essi ci sarebbe stato anche il ministro. Ci sarebbero stati poi altri incontri perfino in un hotel a 5 stelle di Milano. Addirittura nel 2011, durante l’esecuzione dell’accordo finale sul giacimento sembra che fossero presenti anche rappresentanti della Malabu alle riunioni tra le multinazionali e il governo.

Dove sono finiti i soldi?
Secondo la ricostruzione fatta da autorità inglesi e americane e trasmessa alla Procura di Milano, la somma di denaro, dopo essere stata versata al tesoro nigeriano ha iniziato a disperdersi per mille rivoli e a finire, sotto forma di contanti o bonifici nelle tasche di politici e faccendieri.  Ben 523 milioni, ad esempio, sarebbero andati in società riconducibili a Abubakar Alyu, il quale sarebbe un presunto prestanome del presidente nigeriano Goodluck Jonathan e di altri ministri del suo governo. Un’altra fetta, 336 milioni di euro, sarebbe arrivata negli Stati Uniti su un conto della Rocky Top Resources, una società dietro la quale ci potrebbe essere Dan Etete. Una somma con la quale sarebbero stati comprati anche un jet Bombardier e tre Cadillac Escalade 2011.
Ma non solo. Per gli inquirenti gli spostamenti di soldi sembrano mostrare che almeno 50 milioni di dollari sarebbero tornati ai manager Eni in Italia, che avrebbero così frodato la loro stessa società!
Insomma, senza scendere ulteriormente nei dettagli (che comunque si possono facilmente osservare nel esauriente grafico accanto realizzato dal Fatto quotidiano ), non un solo euro è andato al popolo nigeriano.

Chi rischia
Per tornare al provvedimento dell’Alta Corte nigeriana attraverso il quale Eni e Shell potrebbero presto vedersi togliere lo sfruttamento del giacimento, va sottolineato che i giudici hanno precisato che l’inchiesta della Commissione per i crimini economici è ormai prossima alla conclusione. Quindi presto ad Abuja , si scopriranno le carte su Etete e Jonathan.
Anche sul fronte italiano il caso è caldo. La Procura di Milano ha ormai concluso la sua inchiesta. Negli ultimi giorni del 2016, infatti i due pubblici ministeri che si occupano del caso, Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro, hanno notificato la chiusura delle indagini alle due società e a undici persone fisiche, tra cui spiccano i nomi dell’attuale amministratore delegato Claudio Descalzi, del suo predecessore Paolo Scaroni e anche del faccendiere Luigi Bisignani. Per tutti il capo d’imputazione è corruzione internazionale.

Passo avanti ma il governo italiano dov’è?
Non dimentichiamoci che l’Eni è controllata per più del 30% dallo stato italiano tramite il ministero dell’economia e la Cassa depositi e prestiti. Antonio Tricarico di Re:Common (una delle prime organizzazioni a denunciare la vicenda) su questo ha infatti preso posizione : “In quanto più grande azionista di Eni, il governo italiano dovrebbe intervenire al più presto e far luce su quanto accaduto in passato in merito al caso OPL 245”.
Perché allora il governo italiano resta a guardare? Se Descalzi, voluto fortemente da Renzi nella primavera del 2014 e difeso con fermezza dall’ex-premier subito dopo lo scoppio del caso OPL 245, dovesse essere rinviato a giudizio, non sarebbe il caso di sostituirlo seduta stante?
Simon Taylor di Global Witness, si è invece concentrato sul risvolto positivo rappresentato dalla notizia che arriva dalla Nigeria: “Questo è un evento storico. Generazioni di nigeriani sono stati derubati dei servizi essenziali, mentre i signori del petrolio si sono arricchiti a loro spese. Mentre negli Usa la nuova amministrazione Trump annacqua la normativa sulla corruzione e nomina Segretario di Stato l’ex manager di un’azienda petrolifera, quanto sta accadendo in Nigeria è senza dubbio confortante. Ora Shell ed Eni devono finalmente affrontare le conseguenze delle loro azioni, le aziende e i loro investitori devono capire che non possono più fare affari con i funzionari corrotti senza pagare un prezzo pesante”.
L’Eni è già stata coinvolta in un caso di corruzione in Nigeria nel 2010, denominato “Bonny Island”. L’azienda era stata accusata di aver pagato tangenti a pubblici ufficiali nigeriani per l’assegnazione di contratti da 6 miliardi di dollari. Alla fine la vicenda si è conclusa con il cosiddetto deferred prosecution agreement siglato con le autorità statunitensi. Nell’ambito di tale accordo, la compagnia, oltre a pagare una multa salata, si impegnava a tenere elevati standard etici. A quanto pare fra i dirigenti del cane a 6 zampe certi concetti sono indigesti.

Marco Simoncelli

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