Salvini, mon amour

Immagine: Matteo Slavini, caricatura di Marina Molino (2014)
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Il problema è che Matteo Salvini, in chi osserva la sua immagine sui social network, instilla una goduria semiologica oltre ogni dire: per chi la pensa come lui, nelle sue esternazioni ritrova quella semplicità di pensiero, estremamente precisa e chiara, che dirada tutte le fumosità di questa vita contemporanea, che vorrebbe dirci che le cose sono sempre più profonde di come le si osserva.

Per chi, al contrario, ha qualche difficoltà nell’immedesimarsi con le riflessioni salviniane, i suoi meme sono fonte sicura di rancoroso ludibrio, poiché danno la possibilità di scatenare tutta la volgarità che si ha in corpo, senza – paradosso dei paradossi – risultare per davvero volgari. Salvini è la punta più bassa del pensiero – sembrano pensare alcuni – e quindi lo sfottò ai suoi danni diventa quasi un imperativo morale.

Eppure, c’è una grande forza comunicativa nella figura di Salvini, nel bene o nel male: ne è un esempio uno dei meme che hanno circolato di più negli ultimi anni e che trova il nostro controverso eroe come protagonista. Nell’immagine si vede ben chiaro il faccione sorridente del politico davanti a manifesto anti-invasione: un indiano d’America, dal volto grave, viene posto lì come monito per dirci che, ad accettare lo straniero, si fa una brutta fine. La potenza di tale immagine, però, è racchiusa nel volto meno scontato, quello che fa capolino dalla maglietta del nostro caro Matteo: il già mitico Donald Trump, in tutta la sua meravigliosa biondezza, ci fulmina con i suoi occhietti pungenti come uno spillo.

Colui che ha studiato, e neanche poi così tanto, sa che l’invasore degli Indiani d’America è stato il bianchissimo uomo europeo. Quindi, a rigor di logica, Salvini dovrebbe essere contro colui che egli afferma di amare così tanto.
E invece no, cari miei: dall’alto delle vostre conoscenze storiche, peccate fastidiosamente di ingenuità.

Leggiamo con attenzione: l’Indiano ha ‘subito’, quindi è un uomo passivo. E la passività, da che mondo è mondo, è una caratteristica negativa, che, prontamente, conduce alla sconfitta. Nel passato, quindi, l’uomo bianco ha vinto non perché abile massacratore, ma perché l’altro è stato capace solo di subire. Quel cartello non è dalla parte degli Indiani d’America, anzi: vuole ricordare all’uomo bianco la sua ferocia, con la quale, oggi, può difendersi dall’Altro che vuole invaderlo.

E che l’Uomo Bianco ritorni a essere quello che è sempre stato: un Mostro di Violenza, capace di prevaricare senza dover subire alcuna conseguenza.
E parafrasando un po’ Pirandello, invito i miei lettori a farsi una grassa risata di fronte a tali meme, ma nel riprendere fiato a pensare un po’ a quel che si cela dietro questo riso.

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