Una Tantum – Perché leggere il lavoro?

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UNA TANTUM

Perché leggere il lavoro?

Di Carlo Baghetti

Porre, fin dal titolo, tale domanda è un modo alquanto brutale per evocare due aspetti che, nell’opinione comune, sono alquanto distanti: il lavoro e la letteratura, ma diciamolo meglio: il lavoro attraverso la letteratura.

La classe operaia va in paradiso

Se il lavoro si trova, giustamente, al crocevia di molte autorevoli discipline delle scienze sociali, che si prendono la briga di spiegare a persone più o meno profane come, quando, dove e perché il mondo del lavoro è cambiato e sta cambiando, in che direzione sta andando, sembra alquanto bizzarro che la letteratura, questa strana, scomoda presenza del mondo culturale odierno dica la sua e, in modo particolare, lo dica con tanta insistenza. Insomma, perché dal pacchetto Treu in poi la letteratura ha cominciato a interessarsi nuovamente di lavoro? Perché gli scrittori, dopo la stagione postmoderna, hanno ripreso un filone che sembrava definitivamente abbandonato dopo l’ultimo rigurgito volponiano, Le mosche del capitale, e – soprattutto – dopo la sonora sconfitta che quei 40.000 colletti bianchi avevano inflitto alle tute blu nel 14 ottobre 1980 a Torino?

Dopo la stagione postmoderna italiana, dominata da due figure che gravitavano intorno al DAMS di Bologna, Eco e Tondelli, la nostrana letteratura ricomincia a interessarsi al lavoro, a rappresentare storie di personaggi che, nauseati dal mondo delle fabbriche, dalle tute blu impastate di grasso dei genitori, dal rumore delle macchine, sognavano, libertinamente, un mondo d’avventura conquistato con un’automobile che corre veloce sull’Autoban alla ricerca di quel odorino di cui Tondelli parla nell’ultimo capitolo del suo libro d’esordio; questi personaggi di carta sognanti si trovano invece a scontrarsi con una realtà ben diversa da quella immaginata, in cui il sogno di libertà comincia a trovare sempre più difficoltà per incanalarsi nelle forme contrattuali esplose, frammentate, incomprensibili e – il più delle volte – rischiose, questi giovani esseri desideranti di un presente migliore rispetto a quello che vedevano tornare a casa ogni sera dalla fabbrica cominciano a rimanere sospesi in riti di passaggio, in zone lavorative purgatoriali, senza via d’uscita. È il caso di Walter, protagonista di Tutti giù per terra di Giuseppe Culicchia, per citarne uno e parlare di un caso concreto, il romanzo – anche qui d’esordio – che affronta il dramma di un ragazzo il quale, pur di non ricalcare le orme paterne, operaio Fiat – quand’anche fosse stato possibile, visti i tempi – decide di frequentare una facoltà umanistica, filosofia, e seguire i suoi desideri e le sue inclinazioni. Questa scelta poi si trasformerà in un labirinto esistenziale e, ancor più, lavorativo che permette al lettore di entrare nel mondo della primissima precarietà italiana, fatta di umiliazioni, vite sospese, squallori continui, logiche perverse per ottenere un lavoro, il tutto dominato dal gran vuoto lasciato dalle illusioni del decennio precedente, che avevano resistito, nonostante l’eroina.

Leggi l’articolo intero su L’Opinabile, n.2, febbraio 2017

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