L’Editoriale#2 – L’Insostenibile leggerezza

Condividici

Abbonati gratuitamente a L’Opinabile

L’INSOSTENIBILE LEGGEREZZA

L’Opinabile, n.2, febbraio 2017

Io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali. (Hannah Arendt, La lingua materna.

di Antonio Marvasi

L’Opinabile è una rivista mensile di critica e informazione, da scaricare gratuitamente.

La copertina di ogni mese ha lo scopo di ribadire sin dall’inizio di ogni numero de L’Opinabile l’idea portante che vi sia uno stretto legame tra mondo e arte, cioè tra fatti e pensieri, cronaca e filosofia (notizia/evento), e che questo legame, la critica, ci permette di agire nel mondo col nostro pensiero. La scelta della copertina ci serve insomma per prendere una posizione rispetto all’attualità e di darle corpo e immagine. Se il tema più dibattuto di questo mese è il linguaggio volgare e violento su internet e in politica, se la rabbia e l’odio sono i sentimenti che dominano l’epoca della post-verità, la copertina che abbiamo scelto per questo mese è “Woman Smiling” di Augustus John, conservato alla Tate Modern di Londra. Prendiamo posizione per l’insostenibile leggerezza, per la capacità di ridere e di sospettare di tutto, per non cadere nel tranello di chi, convinto come un mulo, attacca e insulta gratuitamente.

Vi si vede infatti una donna del popolo che sorride divertita ma anche, in qualche modo, irritata, come sembrano indicare le due mani spinte sulle cosce e rivolte verso l’interno. Sgrida benevolmente un bimbo, o forse reagisce a una battuta malandrina di un uomo. C’è anche un che di sensuale nel suo sorriso. Un sorriso, infatti, più aperto, meno misterioso, di quello della Gioconda; che non diventa allegorico, né simbolico in alcun modo: si tratta di un sorriso terreno, che allude solo all’atto di sorridere, un pomeriggio, in cucina.

Sorridere il pomeriggio in redazione ci sembra l’unico modo possibile per gestire un progetto come L’Opinabile, che è ironico sin dalla testata, e “in formazione” per definizione. Si tratta del carattere della rivista in quanto tale: non siamo noi a essere necessariamente ironici negli articoli, bensì è il progetto editoriale in sé, l’idea su cui si fonda la rivista nel suo insieme, in quanto oggetto, ad avere qualcosa di… leggero. In primo luogo: abbiamo scelto di non stampare la rivista. A dire il vero, non abbiamo neanche una redazione, lavoriamo via internet da luoghi diversi del mondo. Ma soprattutto, aprire la ricerca universitaria a un discorso più immediato, trovare un legame col giornalismo, provare, di fatto, a inventare il linguaggio di una sorta di “accademia applicata”, implica una dose di autoironia, anzi meglio, di simpatia, dal greco ???-??????, “che condivide il pathos”, il sentimento. Viviamo ad occhi aperti e partecipiamo emotivamente al mondo che ci circonda, ne facciamo esperienza personale proprio perché siamo capaci di quella leggerezza che ci fa sentire il legame tra la nostra esistenza e le leggi dell’universo.

Oggi diremmo empatia. Il che non toglie che siamo anche arrabbiati; anzi, lo implica. Lo siamo per vari motivi, in primo luogo proprio perché oltre a sentire, pensiamo, e non poco. Ma soprattutto lo siamo perché la rabbia è il sentimento dominante di questo tempo, a partire dagli haters e i troll, tanto che si passa dall’odio all’ammirazione e viceversa senza soluzione di continuità; lo siamo proprio perché viviamo nel mondo, oggi, e ne subiamo l’atmosfera, condividiamo il pathos. Anche chi ci legge, che lo sappia o no, è incazzato nero. In fondo, non sono stati proprio i simpatici a portarci a questo punto? Berlusconi forse ha sconvolto la percezione stessa della parola “simpatico” per gli italiani. All’epoca spuntò fuori Travaglio, che probabilmente non sta simpatico nemmeno a sua moglie, a prescindere dalle sue qualità di giornalista. Poi Mario monti, anti-patico come un robot, poi Renzi, tra Mr bean e Fonzie. C’è oggi una rabbia che monta, palpabile, in tutto occidente (come minimo) e cominciano a vedersi gli antipatici alla riscossa. Il prossimo forse è Grillo, passato da comico a politico, o dal simpatico all’antipatico, con Dibba e Di Maio, che sono praticamente lo stereotipo dell’antipatia. Per non parlare di Salvini, che fa dell’antipatia il tratto distintivo del suo personaggio. O di Trump, Putin, Le Pen, Orban e tutti i leader emergenti nel mondo.

Pesanti, antipatici, dico, non tanto nel senso comune, ma nel senso che sembrano incapaci di provare empatia verso chi gli sta intorno, accecati dall’immagine di se stessi e della loro ragione. O torto. La rabbia di chi attacca i migranti, di chi sfrutta, di chi uccide uomini animali e ambiente: quella è antipatia, nel senso etimologico del termine. E voler costruire muri, il ritorno al nazionalismo, al provincialismo e all’indipendentismo, al di là delle singole cause, è in generale mancanza di empatia. Ci opponiamo a tutto questo in modo radicale, cioè a partire dalla condotta: sorridiamo. La nostra posizione è quindi fondata, se si vuole, su considerazioni inattuali: richiamarsi alla leggerezza è fuori dal tempo, e risulta oggi “insostenibile”. Inattuali eppure dovute proprio al confronto col presente: ne risulta che oggi sorridere, saper(si) prendere in giro, è l’atto necessario a una prospettiva critica seria, che possa salvarsi dalla crisi nervosa che prende al mondo. Critica consapevole di sé, e quindi, anche degli altri. Poiché se la rabbia è emotività allo stato puro – tanto che “si perde il controllo” – il riso, anzi, il sorriso, presuppone un intervento di testa non da poco: ciò che fa ridere, fa ridere a pensarci. Come i veri insulti. Se le parolacce e le volgarità intasano le reti sociali, noi rievochiamo l’antica e raffinatissima arte dell’insulto, che enumera esponenti del calibro di Shakespeare e Dante, e che passa anche per un sorriso o un silenzio ben piazzati.

C’è come una voglia di tragedia in tutto occidente, di divisioni nette e fisse, di durezza. Ma Edipo ne esce cieco dalla sua tragedia, mentre noi vogliamo vedere. Cerchiamo allora la commedia, come “atto” di libertà, facciamo un’indagine simile a quella del protagonista del Nome della Rosa, in cerca del libro perduto di Aristotele, contro il parere di tutta l’epoca. E se qualcuno obietterà che solo la tragedia è seria, accusandoci di essere superficiali, risponderemo che dalla superficie, da una vista “aerea” e geografica, c’è molto di profondo da imparare. La nostra leggerezza, d’altronde, è tutt’altro che superficiale; si tratta, come si è già capito, di quella leggerezza che caratterizza il Cavalcanti descritto nella nona novella della sesta giornata del Decameron, che insulta – ma in modo tanto raffinato che gli insultati non capiscono – chi lo infastidisce, prima di volare via, leggero, con un balzo.

Se questa è l’epoca della post-verità, delle notizie false che confermano le nostre false convinzioni, allora riconoscere l’importanza del riso ci rende capaci di percepire la possibilità che i nostri schemi cerebrali possano ingannarci, ci permette di non cadere nel tranello di un Don Chisciotte che non sospetta che i giganti possano essere mulini a vento, che si prende troppo sul serio, con spirito tragico. Ci permette di mettere in luce tutta la carica di ridicolo, diciamo pure tragicomico, che aleggia su quest’epoca.

Non è tragicomico, a pensarci, che se col 2016 è finita l’epoca venuta dopo la caduta del muro di Berlino (e di diversi muri social-culturali), questo 2017 ha aperto il ventunesimo secolo con l’annuncio di un nuovo muro, non più in Europa, ma nel nuovo mondo, dove Trump si è già messo all’opera per rialzare tutti quei muri appena crollati? In verità, i muri nel mondo sono aumentati drasticamente nell’epoca della globalizzazione; mai come oggi le frontiere sono sorvegliate speciali. La maggior parte delle morti, è bene ricordarlo, avvengono sulle frontiere dell’Unione Europea, già multiculturale (la seconda lingua più diffusa in Germania è il turco) e in piena crisi identitaria, in cerca di un nuovo rapporto con l’altro da sé, che per l’europeo è innanzi tutto, da sempre, il temutissimo mussulmano. Impossibile sapere con certezza se l’Europa sia in grado di affrontare il nuovo panorama geopolitico che si sta disegnando.

Ma il futuro viene dalle nostre spalle, e non ci resta che vivere il presente con passione, proprio per capirlo. È questa l’idea stessa che abbiamo di critica, poiché siamo convinti che sia solo attraverso una partecipazione emotiva e artistica che le idee della ragione possano portarci non solo a capire meglio il mondo che ci circonda, ma a viverlo meglio. Per questo rivendichiamo il legame con l’arte, in quanto spazio dove riflessione e partecipazione si incontrano. Tramite l’arte, nel romanzo, possiamo trovare la dimensione umana di fenomeni sociali, come il precariato, e capirli in profondità, non come numeri e dati impaginati sui giornali.

Se siamo così inattuali, e se il solo fatto di pubblicare in rete implica il rischio di essere insultati da masse informi al limite della persecuzione, chi ce lo fa fare? Una sorta di senso del dovere. Non abbiamo paura di esporre le nostre idee, le nostre critiche, e non perché siamo convinti di avere ragione, ma perché non abbiamo paura di avere torto. Il nostro rivendicare partecipazione al mondo, significa anche che siamo consapevoli di poterci sbagliare, e siamo pronti a cambiare idea; siamo pronti, sempre, a scegliere. Significa anche che la nostra leggerezza ci permetterà sempre di rispondere a eventuali commenti volgari in quel luogo di morte dell’intelligenza che è il web, qualcosa come “Signori, voi potete dire in casa vostra ciò che vi piace”.

Abbonati gratuitamente a L’Opinabile

Be the first to comment

Leave a Reply

Your email address will not be published.


*