La rivoluzione culturale del nazismo

Gisbert Palmié, I premi del lavoro. Si tratta di un quadro rappresentativo dell'arte di regime. Il pittore, celebre negli anni 30 per i suoi ritratti di "donne ariane", passò il dopoguerra in Georgia (USA), dove ritrasse, tra gli altri, il presidente J.F.Kennedy.
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Le edizioni Gallimard hanno pubblicato a gennaio 2017 il libro, La Révolution culturelle du nazisme (La rivoluzione culturale del nazismo), di Johan Chapoutot, professore alla Sorbona di Parigi.

Johann Capoutot, La révolution culturelle du nazisme

Sul sito dell’editore si legge: “Per i nazisti, la “cultura” era all’origine della semplice trascrizione della natura. Lo snaturamento è avvenuto quando i Semiti si sono istallati in Grecia, l’evangelizzazione ha introdotto il pensiero giudeo-cristiano e in seguito la Rivoluzione francese ha inventato assurde costruzioni ideologiche come l’uguaglianza, la solidarietà, l’astrazione del diritto…). Per salvare la razza nordica-germanica, bisognava fare una “rivoluzione culturale”, ritrovare il modo di essere degli Antichi e far di nuovo coincidere natura e cultura. Così, a partire da una riformulazione del diritto e della morale, l’uomo germanico ha creduto di poter agire seguendo ciò che chiedeva la sua sopravvivenza. Grazie alla riscrittura del diritto e della morale, diventava legale e morale ferire e uccidere.”

La tesi del libro solleva un punto fondamentale: “la barbarie non è follia“. Infatti, è troppo facile e deresponsabilizzante liquidare il nazismo e Hitler come follia e orrore. Si tratta di un processo quotidiano e pensato a fondo.

In un’intervista a France Culture, il prof. Chapoutot ha affermato: “Se il nazismo ha potuto prendere consensi e potere in una nazione di cultura come la Germania, è perché i nazisti hanno proposto una rivoluzione culturale”.

La battaglia, oggi come allora, si svolge sul campo culturale. Dogmi e ideologie che propongono sedicenti rivoluzioni culturali o naturalistiche hanno oggi più che mai un seguito di fedelissimi. Non è sufficiente reagire col disgusto e il silenzio, ma rispondere a colpi di cultura.

Antonio Marvasi

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