L’Accademia della Crusca contro “home restaurant”

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Il 17 gennaio 2017 la Camera dei deputati ha approvato la proposta di legge C. 3258 che disciplina l’attività di ristorazione in abitazione privata. L’intento dichiarato del disposto è di garantire la trasparenza, la tutela dei consumatori e la leale concorrenza nell’ambito dell’economia della condivisione, ma anche di valorizzare la cultura del cibo tradizionale di qualità (art. 1).

È tuttavia sorprendente che per definire tale attività il legislatore italiano debba ricorrere all’anglismo “home restaurant” (art. 2), quasi che l’arte culinaria casalinga del nostro Paese abbia origini oltre Manica e la lingua italiana non disponga di un termine per designare ciò che si potrebbe senz’altro denominare “ristorante domestico”. Questo termine risulta non solo immediatamente comprensibile per tutti, ma riunisce semanticamente tutti gli elementi della definizione che il testo di legge fornisce dell’attività in questione.”

Così si legge sul comunicato N. 8 del Gruppo Incipit dell’Accademia della Crusca, fondato nel 2015.

Ne fanno parte studiosi italiani e svizzeri del calibro di Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Remigio Ratti, Luca Serianni, Annamaria Testa.

Il gruppo “Incipit” si pone l’obiettivo di esprimere un parere sui forestierismi di nuovo arrivo impiegati con sempre maggior frequenza nel campo della vita civile e sociale. Non lo dicono, ma è chiaro che il problema è rappresentato soprattutto dalla lingua inglese. Basti pensare a Job’s Act, Spending Review… Ne deriva un problema di democrazia, di accesso all’informazione, del diritto del cittadino ad avere una comunicazione nella propria lingua con le istituzioni. Eppure, si può leggere sul sito dell’Accademia della Crusca questa precisazione:

“Il gruppo “Incipit” respinge ogni autoritarismo linguistico, ma, attraverso la riflessione e lo sviluppo di una migliore coscienza linguistica e civile, vuole suggerire alternative agli operatori della comunicazione e ai politici, con le relative ricadute sulla lingua d’uso comune”

È interessante notare che, nonostante il Gruppo sia stato fondato solo nel 2015, e che appaia chiaro come la questione degli anglismi sia un problema democratico, ancora in Italia chi si propone di dire “ristorante domestico” invece di home restaurant, senta il bisogno di giustificarsi da un supposto autoritarismo linguistico. È un problema profondo della politica linguistica in Italia. In Spagna e in Francia, le rispettive Accademie filtrano ed elaborano con molta attenzione i forestierismi, soprattutto inglesi. Ma noi abbiamo avuto la severissima politica linguistica fascista, che con uguale cecità censurava i dialetti e i forestierismi. Da allora, nessuno in Italia ha mai osato intraprendere una qualsiasi forma di controllo linguistico, assolutamente normale altrove.

Eppure, il problema non è affatto nazionalistico, puristico, o dettato da un certo provincialismo che rifiuta le lingue straniere. Il problema è reale: ogni 14 giorni, sotto la pressione dell’inglese, sparisce una lingua secondo i dati dell’Unesco. Cioè una cultura. Ovviamente si parla di lingue dal basso prestigio culturale, spesso a tradizione orale. Ma mai si era registrato nel mondo una tale pressione all’omologazione linguistica, conseguenza culturale della globalizzazione economica.

L’italiano non è affatto a rischio estinzione, è chiaro. Ma anche noi, come i nostri cugini latini, dovremmo cominciare a prendere provvedimenti contro questa pressione incessante che è sotto gli occhi di tutti.

La prova? Gli stessi interessati della legge sugli home restaurant, ristoranti domestici che da giorni protestano contro una legge che proibisce ai gestori di B&B di fare anche un servizio di ristorazione.

Come protestano? col seguente linguaggio:

«Da giovane imprenditore e in qualità di founder di Home restaurant Hotel, start up avviata 21 mesi fa e la prima al mondo ad offrire il servizio di Home Restaurant con affittacamere chiedo di verificare tutte le ricevute fiscali che la mia azienda ha emesso nel ciclo di vita, di verificare i locali e norme igienico sanitarie e solo dopo sedersi ed in caso distruggere lo sviluppo economico»,

dichiara Gaetano Campolo, amministratore della GC restaurant & management. A suo parere la nuova legge è un vero e proprio «insulto agli italiani».

 

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