La nuova R-Esistenza del Sud

 

Nascono sempre più progetti, in seno alle Università del Sud Italia, che intendono partecipare attivamente allo sviluppo di una coscienza identitaria, linguistica e democratica per le popolazioni “dimenticate” dallo Stato Italiano, ma non dalle mafie.

Il 17 Gennaio è stata la Giornata nazionale del dialetto. Intanto, alla Federico II di Napoli è stato messo in piedi per la prima volta un corso online di dialettologia, con particolare attenzione ai dialetti campani, e alla loro storia. Il corso, aperto a tutti, partirà dal Cinquecento, per delineare le evoluzioni e le caratteristiche di uno dei dialetti più ricchi letterari e colti d’Italia. Basti pensare che lo stesso Boccaccio, prima di adottare il toscano di Dante e Petrarca, scrisse in napoletano. E anche in altre università del sud Italia e del nord Africa cominciano a nascere corsi di dialettologia italiana.

Questa riscoperta delle proprie radici linguistiche del sud non si risolve in mero orgoglio provinciale; anzi, è piuttosto una voglia di essere e di esistere. Come scrive Pino Aprile nel suo Terroni,

“SUD è chi viene messo nella condizione di non essere e poi è rimproverato per non essere”

E allora, le università del sud stanno cominciando ad attivarsi in modo più concreto in progetti che sono fondamentalmente politici e sociali. Particolarmente interessante il progetto delle R-Esistenze meridionali, un progetto scientifico e pedagogico nato dall’unione di due esperienze sorte dal basso: R-Esistenza Anticamorra Scampia e Pedagogia della R-Esistenza Università della Calabria.

Come scrive Giancarlo Costabile, docente di “Storia dell’educazione alla democrazia” all’Università di Calabria, nel Quotidiano del Sud, “l’obiettivo è la costruzione di una modellistica sociale – la ricerca scientifica che si fa militanza ed esercizio di potere popolare – in grado di affermare i princìpi di una rinnovata forma di democrazia popolare che frantumi l’orrore dell’antropologia dell’uomo-struzzo. Il paradigma padronale che avvolge le relazioni di potere nella società meridionale, cristallizzandole in una struttura piramidale, può essere liquidato soltanto attraverso una pedagogia della liberazione che si faccia profezia di speranza e didattica del cambiamento sociale. L’Università deve uscire dalle aule e riprendere gramscianamente il disegno dell’egemonia culturale.

È quindi dal basso, da “giù”, che vengono i progetti più interessanti per un’università che sappia riconnettersi col mondo, non per creare una cultura d’élite, o delle élite culturali, ma per farsi luogo di pensiero attivo e quindi motore di una società che sia partecipe del proprio destino.

E allora forse non è un caso che tutto questo sia un’idea dei “terroni”, ormai da troppo tempo abituati a non essere, a non esistere per lo Stato italiano, se non nel momento in cui emigrano, o in cui la Camorra, o la ‘ndrangheta fanno vittime eccellenti.

R-Esisti, Sud!

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