La post-verità, un nuovo vecchio problema

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Ultimamente si sente spesso parlare di ‘post-verità’. In questo intervento non troverete una storia di tale termine, ma uno spunto per un’analisi del campo semantico che viene rievocato da questa espressione tanto aperta quanto oscura.

Il prefisso ‘post’ è largamente diffuso, dopo l’affermazione dell’espressione ‘post-moderno’: il suo significato è semplice e intuitivo e sta ad indicare una fase successiva a quella indicata dal termine che viene dopo. Eppure, questa nuova fase non ha ancora caratteristiche così sostanzialmente diverse da poter aspirare a un nome tutto suo, ma risulta essere semplicemente il dopo di una vecchia fase, da cui eredita alcune caratteristiche. In realtà, è proprio questo suo utilizzo per definire fasi in cui il superamento è in atto, ma non ancora compiuto, a rendere il significato così complesso.

Il secondo termine che ci interessa è verità: parola tanto semplice, quanto impervia. In logica, a essere vero o falso è sempre un enunciato, cioè un’espressione linguistica. Ma non tutti gli enunciati possono essere veri o falsi: infatti, per alcuni di essi la questione non si pone. La verità è un problema solo per quegli enunciati che rimandano a qualcosa esterno a loro stessi: se dico “Annalisa è al lavoro”, tale enunciato potrà essere vero o falso se effettivamente mi riferisco ad una persona di nome Annalisa, la quale potrà essere al lavoro o no. L’unica mia possibilità per poter scoprire la verità di questo enunciato, sarà quella di verificare se Annalisa si trova al lavoro o da qualche altra parte.

Ora: il termine post-verità dovrebbe indicare che ci sia in atto un superamento di una tale concezione della verità. Infatti, a venire meno è l’idea di ‘verifica’: viene meno l’indagine che si occupa di osservare il referente del messaggio, ma quest’ultimo viene preso come buono perché pronunciato in specifiche occasioni o da determinate persone o da precisi mezzi di comunicazione. In sostanza, l’autorevolezza della fonte dovrebbe bastare come sintomo di veridicità dell’enunciato. Il meccanismo, però, non è né così semplice, né così libero: infatti, affinché l’enunciato abbia presa sul pubblico, indipendentemente dalla sua verifica, esso deve andare a confermare una credenza già diffusa nel pubblico stesso.

Ecco il primo problema: di solito, un enunciato di verità dovrebbe andare ad accrescere le informazioni di colui che ascolta. Invece, un enunciato ‘post-vero’ (mi si perdoni il termine) va a confermare l’opinione dell’ascoltatore, non aggiungendo nulla alla quantità di informazioni posseduta. Quindi, tale operazione serve soltanto a rafforzare la credenza di una particolare area dell’opinione pubblica. Questo può essere sfruttato in molti modi: per fini commerciali, pubblicitari, politici o addirittura goliardici.

Il processo conoscitivo normale sarebbe: analizzo dei fatti, ne faccio esperienza e successivamente li acquisisco all’interno del mio bagaglio culturale. Nella post-verità, invece, accade l’opposto: mi convinco di qualcosa e successivamente cerco informazioni che vadano a confermare quanto io già credo. Molte entità, per aumentare il proprio prestigio o semplicemente per interesse, sfruttano questo sistema, andando a creare quelle conferme di cui alcuni sentono l’esigenza.

Questo meccanismo, il più delle volte, può risultare pericoloso: chi, infatti, riesce a captare gli umori del popolo, potrebbe sfruttare questa conoscenza per produrre quelle conferme, non necessariamente vere, per catturare su di sé l’attenzione delle persone. Il processo post-vero funziona da Salvini a Bello Figo. Una volta ottenuto il successo, tale influenza potrà essere sfruttata per i più svariati motivi. Il problema è che, nonostante ci siano numerosi organi di controllo che cercano di dimostrare la falsità di alcuni enunciati, molto spesso questo non ha effetto: il bisogno di conferme nelle proprie credenze è più forte di qualsiasi prova fornita con rigore e razionalità.

Ma questo è davvero un fenomeno nuovo? Credo proprio di no. La retorica classica si è sempre interrogata su quali siano gli strumenti più efficaci per convincere l’opinione pubblica: i famosi luoghi comuni non sono nient’altro che quelle credenze che sono diffuse nella popolazione, indipendentemente dalla loro veridicità. L’arte dell’oratore, quindi, sta nel servirsi di questi luoghi comuni per rafforzare la propria capacità di persuasione. Sarà proprio Aristotele, nella sua Retorica, a sostenere che sia più importante costruire un discorso facendo uso delle capacità argomentative, più che sulla capacità di suscitare emozioni nel pubblico.

Alla fine, si può dire che la post-verità sia un problema di tipo ricettivo: infatti, mentre la verità si occupa di trovare gli strumenti giusti per comunicare l’analisi di un fatto o di un oggetto, la post-verità studia i possibili effetti che un enunciato può avere sulle persone. Questo perché nella post-verità non interessa più essere onesti nei confronti del referente, ma attrarre a sé quante più orecchie possibili.

La novità, quindi, non sta tanto nel contenuto, come lascia intendere chi parla di epoca della post-verità. Sta tutta nella forma e nel mezzo. Si potrebbe discutere se la società dello spettacolo sia causa o conseguenza dei mezzi di comunicazione di massa; fatto sta che, oggi, non solo chiunque ha i mezzi per attirare quante più orecchie possibili, ma anche la volontà (il bisogno perfino) di farlo. E se questa persona non avrà contenuti da proporre, beh, li inventerà, cavalcando le polemiche più social. Insomma, la post-verità, è quella verità creata per un pubblico preciso e che circola sui “post” di Facebook e delle altre reti sociali.

Nascono così le bufale – clandestino si trasforma in un mostro verde e mangia la povera nonnina – che confermano l’odio e la paura degli utenti. E così i complotti, che confermano la sensazione diffusissima di non poter partecipare alla vita politica trovando un colpevole ben identificabile (il governo, la massoneria, finanche i rettiliani venuti da un’altra dimensione). È molto più facile sfogare così la propria frustrazione, perché il problema reale è molto, troppo, complesso. Un sistema geopolitico ed economico enorme, che si autoalimenta, di cui siamo tutti responsabili. È più facile prendersela con gli alieni. O con gli ebrei: appunto, il fenomeno non è nuovo. È solo ingigantito. E se dittatori del Novecento avevano la Radio, immaginiamo quali sarebbero i poteri di un dittatore su Facebook.

Ma, in fondo, queste storie, gli alieni, le scie chimiche ecc., non sono diverse dalle innumerevoli leggende che circolavano nel medioevo, demoni, miracoli ecc. e che erano, come oggi, in grado di influenzare l’esito di moti popolari.

Il fenomeno è nuovo? No, tecnicamente no. Fa parte dell’essere umano. Ma mai come oggi ha avuto una tale cassa di risonanza. E la viralità che caratterizza i messaggi “post-veri” ci fa capire a che punto oggi l’homo conexus ha bisogno di sviluppare e allenare la propria capacità critica. La responsabilità sembra quindi ricadere sul singolo utente, sulla sua intelligenza. Ammesso che basti. Rimane istintivo cercare conferme alle proprie idee, e orientarsi nel flusso informativo di oggi può non essere facile.

Rimane valido, in definitiva, il consiglio di un pensatore del post-moderno, Gianni Vattimo: “Se c’è qualche cosa che vi appare evidente, diffidatene, è sicuramente una balla. Di tutto potete essere certi tranne delle vostre certezze più radicate.

Può essere un buon antidoto.

di G. Iandoli e A. Marvasi

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