Social o son desto? – Il Volo della democrazia

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L’Opinabile – Rivista di Critica in formazione

Basterebbe la musica da fanfara dell’arrivo. Quel suono volutamente festante ma privo di alcuna qualità musicale, per riassumere queste pagine di parole e riflessioni pompose.

Ma, visto che fra le mie doti non annovero la sintesi, vi beccherete la riflessione pomposa.

Piccolo antefatto culturale, perché comunque avere degli agganci importanti serve sempre nella vita. Walter Benjamin, analizzando la società di massa e la sua produzione culturale, aveva parlato di perdita dell’aura, di quel qualcosa di unico e originale che aveva nelle società precedenti caratterizzato l’opera d’arte. Un conto, infatti, è lavorare sotto ispirazione, con tempi ragionevolmente lunghi e legati al proprio estro creativo, un altro è firmare contratti che impongono un lavoro costante e ciclicamente ripetuto nel tempo. Pensate se a Giotto fosse stato chiesto, come a Rihanna o alla Rowling, di produrre un quadro ogni tre mesi, possibilmente con molto rosso e non ritraente nessuna pecora. Nessuna.

Benjamin, un esponente della scuola di Francoforte, rappresentava a suo modo la critica a un sistema spersonalizzante che riduceva l’arte a un semplice prodotto industriale. Un dentifricio di Mondrian (che poi, se si vuol essere cattivi, Mondrian sullo shampo ci è finito davvero) o un panino dedicato a Raffaello (sono recidivo, anche questo esiste).

Non dello stesso avviso erano Umberto Eco o Edgar Morin, Quest’ultimo, soprattutto, pur non negando la perdita d’aura, esaltava il nuovo e democratico accesso all’arte e alla cultura. Certo, vedere la Callas a teatro è un’esperienza unica, affermava, ma se non ho la possibilità materiale o spazio-temporale per farlo, almeno posso goderne una riproduzione digitale, tutte le volte che voglio e dove voglio. Per l’autore francese esisteva quindi una sorta di compensazione, come con i fustini al supermercato: perdo l’aura ma recupero democratizzando la fruizione dell’arte, rendendo accessibili contenuti e strumenti che prima non erano alla portata di tutti. Democratizzazione. Un concetto bellissimo. Un concetto assai pericoloso.

Non voglio qui essere tacciato di revanscismo, o di austero ritorno a un classismo vittoriano. Però è indubbio che la democrazia, da Atene in poi, sia quantomeno il migliore dei peggiori sistemi esistenti. Il concetto, in realtà del tutto artefatto, di “gente” che decreta opinioni pubbliche, azioni politiche, decisioni, è rischioso e facilmente manipolabile. Diversi autori, fra cui, ad esempio, Bernays o Noelle-Neumann, teorizzano come sia possibile comunicare la realtà in modo da trasformarne completamente il senso. Potremmo anche spingerci verso il paradosso della realtà oggettiva che piace tanto ai sociologi qualitativi, che partendo dai ricordi dell’uomo, in qualche modo, delineano la realtà come un insieme eterogeneo di realtà personali più o meno forti nell’immaginario collettivo, ma non vi/ci voglio così male. È comunque una premessa, necessaria ma non centrale, del tema in oggetto.

Se, quindi, democratizzare qualcosa ha un valore agrodolce, questo non è solo un problema dell’arte, ma di ogni forma o strumento delle nostre società moderne. Molto, in futuro, parleremo di social network e di come essi possano diventare una fonte pulita o sporca di informazione. O, semplicemente, di trolling e sovraesposizione personale. Oggi mi concentrerò su un tema meno tecnologico, forse più universale, di sicuro attuale: Ryanair.

[…] Continua a leggere l’articolo gratuitamente sul numero di Gennaio 2017

DI MARCO MELONI

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