L’Editoriale #1 – Come nasce L’Opinabile, la Rivista di critica in formazione

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L’Opinabile – Rivista di critica in formazione

C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Walter Benjamin

La copertina che abbiamo scelto per questo primo numero de L’Opinabile è un riferimento al filosofo tedesco Walter Benjamin. Ci rifacciamo alla sua concezione di storia come catastrofe, contro la concezione hegeliana e al tempo stesso contro l’idea di fine della storia. Né ciclico né carico di senso, il tempo della storia ci appare impossibile da fermare, ma avanza, più che come una linea retta, come uno scarabocchio imprevedibile. Come l’Angelus Novus, noi sentiamo di avanzare a passo di gambero verso un futuro ignoto, e guardiamo con orrore ai disastri che si accumulano davanti ai nostri occhi. Ma c’è un motivo ben più pratico che ci spinge a rifarci a questa idea: Benjamin pensò di fondare una rivista chiamandola, appunto, Angelus Novus. Purtroppo non fece in tempo a realizzarla, ma ne scrisse l’articolo di presentazione. Ci ispiriamo a Benjamin per una sola, piccola, geniale intuizione che egli ebbe quando scrisse questo articolo. Al di là di qualsiasi programma o linea editoriale, che possono pure essere delineate con estrema precisione ideologica, una rivista ha, secondo Benjamin, principalmente una sola e unica caratteristica: quella di rispecchiare il proprio tempo. Ecco: noi, non avendo la pretesa di capirlo, ci proponiamo di rispecchiarlo. Questa è la base su cui si fonda questo progetto. E accettiamo per questo il rischio, dichiarato non senza autoironia sin dalla testata, di risultare opinabili. Rischio che è, ovviamente, una speranza: quella di provocare una reazione da parte dei lettori e quindi dare vita a un dibattito. Non vediamo il futuro, ma ci sentiamo osservati dal futuro: chi verrà dopo di noi forse potrà, rileggendo le nostre rubriche, rintracciare quali erano i problemi che ci apparivano come i più urgenti nell’affrontare l’attualità. E magari riderne, trovarli opinabili. Questo è tutto ciò che riprendiamo da Walter Benjamin. L’Opinabile non è e non vuole essere una rivista di alta cultura disposta a farsi capire solo da pochi. Anzi, puntiamo a un dialogo con chiunque come noi parla italiano e vive, e pensa, nel tempo presente. Per fare questo, ci dobbiamo agganciare necessariamente al giornalismo, ai fatti. Eppure, non ci accontentiamo di un giornalismo che sia una semplice “storiografia dell’istante”, secondo la celebre definizione di Umberto Eco. Non vogliamo limitarci, come dei cronisti, a fare da mediatori tra la fonte e il lettore della notizia. D’altronde, questa mediazione ci sembra aver perduto molto della sua ragion d’essere: tra reti sociali e motori di ricerca, oggi chiunque può creare contenuti, con tutte le bufale e i complottismi che questo comporta. Puntiamo allora sulla qualità dell’informazione e della riflessione. Abbiamo perciò deciso di definirci come una rivista di critica e informazione, di critica in formazione. Una pretesa, quindi, l’abbiamo: quella di criticare l’istante, andando oltre il ruolo di semplici scribi, o storiografi, ma senza perderci nelle alte sfere del pensiero astratto. Il nostro gruppo è formato per questo da giornalisti e da ricercatori insieme.

Cosa intendiamo per “critica”? Non è facile dirlo. Potremmo definire la critica come qualcosa che si posiziona in mezzo, tra, due cose. Secondo Giorgio Agamben (Stanze), la critica è situata nello spazio della scissione, nella cultura occidentale, tra parola poetica (poiesis, azione) e parola filosofica (pensiero), e ha l’obiettivo di ricostituire uno “statuto unitario del dire”. Nel nostro caso, allora, la nostra critica si proietta come un ponte tra l’informazione cronachistica, legata ai fatti storici immediati, e la riflessione teorica, per sua natura più lenta e astratta. Più semplicemente, la critica sta tra il fatto e la sua interpretazione. Proprio per questo, decidiamo di fare una rivista il cui motore sia l’ipertesto. Al di là dell’informatica, infatti, la definizione di ipertesto è, guarda caso, la seguente: “Serie di scritti che la critica riconduce a unità strutturale o d’intenti”. Ma non facciamola troppo complicata: critica, insomma, è cercare di unire i puntini. Critica è anche lo stesso di “crisi”: momento di cesura e cambiamento. Così, dato che possiamo essere tutti d’accordo con quanto diceva Corrado Guzzanti – “c’è grossa crisi” – L’Opinabile, in quanto rivista, intende rispecchiare il momento critico che stiamo vivendo. Basta questo per una linea editoriale? Forse si. Anzi, ci sembra tutto quel che possiamo fare in maniera responsabile. Il resto, sarebbero inutili costruzioni politiche, se non ideologiche.

Questo 2016 sarà ricordato come l’annus horribilis della democrazia occidentale. Nell’arco di un anno abbiamo visto cadere come un castello di carte l’equilibrio su cui si bilanciavano socialmente e politicamente le democrazie sorte dalla seconda guerra mondiale. Il sogno europeista si sta mostrando inadeguato ad affrontare gli egoismi nazionali. Ovunque nel mondo si assiste a un ritorno al nazionalismo, si vagheggiano divisioni, muri fisici economici e sociali. La sconfitta di Hofer in Austria. Di Le Pen in Francia ecc. non sembrano che rallentare un fenomeno mondiale. In Italia, le nuove forza politiche, diciamocelo, non promettono molto di buono. Sulla tragica situazione siriana e mediorientale, la crisi dei migranti e sulla stupida politica occidentale, basterà un accenno. Putin, dalla Russia, sembra guardare la scacchiera con la soddisfazione di chi vede l’avversario cadere nelle sue trappole. In Africa, molti Stati si allontanano dalla CPI “dei bianchi”, come potrete leggere in questo numero. L’evento/notizia simbolico di questa nuova epoca è senza dubbio l’elezione di Trump, il magnate accolto anche da esimi pensatori della “sinistra”, in Italia e all’estero, come un elemento di disturbo del sistema. La confusione pare arrivata al parossismo: non abbiamo ancora le parole per il nuovo ordine che si prepara. Parole come “padroni” “partiti” “proletariato” richiamano idee tipicamente novecentesche forse già obsolete. Il processo iniziato dopo il crollo del muro di Berlino sembra giunto a compimento, e la netta sensazione è che con questo 2017 cominci davvero il ventunesimo secolo. Simbolicamente, l’armata rossa è sparita recentemente in un incidente aereo. Molti dei più rappresentativi artisti pop della fine del ventesimo secolo, simbolicamente, sono morti. E il vero terremoto sembra ancora a venire. Quel che ci interessa però non è tanto la politica mondana, cronachistica, quanto la sua base, o il suo risultato, storico e culturale. Questo, unito alla consapevolezza di non poter prevedere il futuro, impone anche una certa umiltà, o onestà, per così dire socratica: sapere di non sapere. Il che ci impedisce di essere ideologici, che non vuol dire essere apolitici. Non troverete risposte facili, ma spunti per domande complesse. Ecco perché rubriche fisse: la rubrica per sua natura si interessa di un argomento, dichiara un punto di vista, non può in nessun caso essere totalitaria.

L’Opinabile è una rivista anarchica che rinuncia al proprio potere di formare opinioni: formatevele da soli se avete il coraggio. Noi suggeriamo prospettive ipertestuali.

Un altro evento/notizia che ha occupato l’attualità recente, forse paragonabile per certi aspetti all’elezione di Trump, ma nel mondo della cultura, è il nobel per la letteratura assegnato a Bob Dylan e lo scandalo che ne è seguito. Eppure, a voler essere onesti, la poesia delle origini, quella dei trovatori provenzali, era cantata. Lo era anche quella degli antichi, fino a Catullo. Esiste quindi una sorta di percorso ciclico che vede la poesia occidentale passare dal canto allo scritto, poi al canto e di nuovo allo scritto. Addirittura, è rintracciabile un cambio di concezione che va di pari passo con questi cambiamenti formali: quando la poesia diventa scritta per essere letta senza musica, diventa anche più difficile, intellettualistica. E se oggi si stesse tornando a una concezione di cultura meno borghese, meno intellettuale, meno snob? Il nobel a Dylan (come d’altronde quello assegnato all’altro artista dell’oralità che era Dario Fo) avrebbe il suo senso, sarebbe un sintomo dei tempi. Certo, più facile dirlo per Dylan che per Trump; ma anche quest’ultimo non si presenta certo come un intellettuale. Una “crisi” simile la si può ritrovare nell’arte figurativa. Il tempo dell’arte concettuale – il massimo dell’intellettualismo – sembra finito. Persino la pop art di Warhol appare come un’operazione snob. Un barattolo di zuppa, simbolo del più becero consumismo quotidiano, messo in un museo, assume i connotati dell’oggetto artistico per una mera operazione dell’intelletto, perché così decide il prof critico d’arte, perché questo fa quel luogo magico e sacro che è la mostra. Ma oggi, epoca della street-art, un murales di Banksy ha la sua ragion d’essere esclusivamente fuori da quelle quattro mura. È in rapporto diretto con il luogo che lo accoglie, lo critica e lo svela (in senso sartriano) politicamente. Valutare economicamente e “internare” in un museo le opere di Banksy, le svuota del loro senso. L’esatto contrario della pop-art.

Cosa c’entra questo con il nostro progetto? C’entra: poiché non ci sembra il giusto atteggiamento, in un momento come questo, quello di una rivista di altissima cultura accademica. Non avrebbe senso parlare di piccolezze attuali, cronaca come una zuppa in scatola, in termini professorali e filosofici. Non avrebbe senso nemmeno, però, parlarne in termini meramente cronachistici, cosa che oggi chiunque può fare, come quei graffiti (tag) insulsi e acritici che si trovano in ogni città. I tempi ci impongono insomma di esporci, ma criticamente, alla realtà, e non di chiuderci in un museo/biblioteca. Sporcarci le mani, usarle, anche per comunicare con i gesti, in italiano. Le mani in stile vagamente Keith Haring che troverete in queste pagine, quindi, non sono solo decorative. E se l’arte l’ha già capito, anche la filosofia sta andando in questa direzione. Il pensiero “debole”, la semiosi illimitata del postmoderno, pare sia passata di moda. Oggi i filosofi in tutta Europa riscoprono la realtà. Basti pensare a tre libri recenti, uno italiano, il Manifesto del nuovo realismo di Maurizio Ferraris, uno francese, Elementi di filosofia realista di Jocelyn Benoist e uno tedesco, Il senso dell’esistenza. Per un nuovo realismo ontologico, di Markus Gabriel. Nel nostro piccolo, rispecchiare il tempo presente attraverso l’atto giornalistico e criticarlo con i mezzi della nostra cultura senza alcuno snobismo ideologico “da museo”, significa, di fatto, essere realisti.

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