La Linguaccia – Perché dire “Ministra” è giusto

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L’Opinabile – Rivista di critica in formazione

Si discute in maniera sempre più accesa della questione del femminile dei nomi di mestiere, in particolare dei ruoli istituzionali. La questione, che per i linguisti non si pone, presenta due spunti di riflessione, uno politico, l’altro linguistico.

In principio fu Laura Boldrini a portare alla luce delle cronache, e delle critiche, il discorso sulla femminilizzazione di certi lavori, incoraggiando le donne delle istituzioni a pretendere che si accordi al proprio genere la carica da loro coperta. Ministra, sindaca… etc. Recentemente, Napolitano ha definito queste parole addirittura “abominevoli”, e proprio pochi giorni fa, Sgarbi ha dato della capra alla Boldrini proprio per questa ragione.

Le resistenze a quest’uso, che si sta comunque imponendo, provengono da a almeno due parti. Da un lato c’è chi la vive come una stupida imposizione politicamente corretta, e si dichiara infastidito (“suona male”) da questo pseudo-errore. Dall’altro lato, molte donne che lavorano preferiscono il maschile, perché il femminile sembra dare meno importanza, togliere autorità al loro ruolo istituzionale. Il problema è per così dire “simbolico”. Ovviamente, le due categorie hanno diversi punti intermedi e si sovrappongono facilmente. Non ci soffermeremo su come la questione è affrontata nelle diverse lingue, cosa che avremo il tempo di fare nei prossimi numeri. Ci concentriamo unicamente sul caso italiano.

Sono in fondo comprensibili entrambe le posizioni. Entrambe si basano, a ben vedere, sull’abitudine. La seconda, le donne che rifiutano il femminile, è più interessante dal punto di vista politico. Dimostra nei fatti che la battaglia lessicale femminista (o femminile) ha una sua ragion d’essere. È vero infatti che il femminile è usato, in molti casi, con sfumatura dispregiativa, o almeno diminutiva. (la figura della “maestrina” del risorgimento, del Libro Cuore). Un caso almeno mi pare abbastanza chiaro. Se dico “segretario”, penso a un lavoro di responsabilità al ministero (o una cosa del genere); se dico “segretaria” penso a una dattilografa che sa gestire un’agenda. E magari ha pure la gonna corta.

Proprio questo è il discorso che fa il femminismo: in quanto “classe” oppressa, le donne subiscono la violenza del potere anche attraverso meccanismi mentali veicolati dal linguaggio. Bisogna rispondere a questa violenza rivendicando la propria identità di genere – si tratta in fondo di coscienza di classe. Non sto qui dando giudizi di valore etc., non sono né d’accordo né contrario; riporto semplicemente il discorso femminista su questa questione, ridotto all’osso. Come i neri americani che rivendicano con orgoglio l’appellativo “nigga“, “negro”; fenomeno sociale delle minoranze (ma, le donne, sono una minoranza?) ampiamente studiati. Se le donne sentono che il femminile toglierebbe importanza al loro ruolo istituzionale, ebbene, proprio questo è il punto, questo è il motivo per cui dovrebbero pretenderlo, rivendicare la propria femminilità.

[…] Continua a leggere l’articolo gratuitamente sul numero di Gennaio 2017

DI ANTONIO MARVASI

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