Il Muzungu – Afrexit

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L’Opinabile – Rivista di critica in formazione

La Corte Penale Internazionale, strumento indispensabile per la giustizia contro i crimini di guerra, vive oggi una crisi innescata da Burundi, Sudafrica e Gambia, che hanno annunciato in rapida successione, tra il 12 e il 25 ottobre, il ritiro della loro adesione allo Statuto di Roma del 1998 che ha istituito la Cpi. La Russia, a ruota, si ritira (simbolicamente) nel mese di novembre. Un vero e proprio esodo che rappresenta il manifestarsi di una crisi di credibilità e di autorevolezza che ha radici molto profonde. Ecco cosa sta accadendo.

di Marco Simoncelli

Corte Penale Internazionale, Corte dell’Aia… Sono nomi che vi risultano familiari? Per chi non lo sapesse si tratta del Tribunale penale creato nel 2002 con sede in Olanda, incaricato di giudicare su crimini di guerra a livello internazionale. Dopo i fatti avvenuti negli ultimi mesi, aumenta il numero di coloro che si chiedono se per questo organo di giudizio abbia ancora senso esistere. Esso rappresenta attualmente l’unica arma a disposizione della comunità internazionale per perseguire criminali e dittatori spietati, dando giustizia a migliaia di vittime dimenticate. La causa della decisione dei paesi africani è il risentimento nei confronti di un organo che accusano di discriminazione e razzismo. Secondo il loro punto di vista, la Corte perseguirebbe solo gli stati del continente africano e i suoi leader, mentre trascurerebbe i numerosi crimini commessi dai paesi occidentali. In più occasioni i detrattori dell’organo avevano definito la Cpi “un’istituzione neocoloniale” che rappresenta la “giustizia dei bianchi”. “La Corte è pensata per punire ed umiliare la gente di colore, in particolare gli africani” dichiarava Sheriff Bojang, ministro della Comunicazione del Gambia, all’annuncio del ritiro della sua nazione.“Ingiustizia e incompatibilità con le nostre leggi nazionali sull’immunità politica” sono i termini utilizzati dal ministro della giustizia sudafricano, Michael Masutha, per motivare la dipartita del suo paese. “Uno strumento di imperialismo occidentale” è stato invece il giudizio del partito al potere in Burundi (Cndd-Fdd) prima del voto che decideva il recesso dallo Statuto. Le altre argomentazioni sbandierate contro l’organo vertono per lo più sulla sua inefficienza. Si parla di lentezza delle procedure, burocrazia e scarsa considerazione delle esigenze delle vittime in aggiunta all’impressione che l’intervento della Cpi non consenta ai paesi africani di sviluppare le loro proprie istituzioni giudiziarie e investigative giungendo ad interferire negativamente nei processi di riconciliazione interni. Tutti motivi apparentemente validi, ma cerchiamo di capire.

Dietro le scelte africane.

Da un’analisi più approfondita, si scopre che per ognuno dei tre paesi che hanno dato il via a questa emorragia si intravvedono ragioni per cosi dire “diverse”. Prendiamo il Burundi. La sua decisione è arrivata a poco più di un mese dalla pubblicazione di un rapporto della “Commissione d’indagine indipendente dell’Onu in Burundi” (Uniib), dalla quale è emerso che nel paese ci sono evidenti prove di violazioni dei diritti umani e di potenziali crimini contro l’umanità commessi dal governo di Bujumbura e dalle sue forze di sicurezza.

[…] Continua a leggere l’articolo gratuitamente sul numero di Gennaio 2017

DI MARCO SIMONCELLI

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