L’Etilometro – Birra e whisky, legame di sangue

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Se non ci fosse la birra, non ci sarebbe il whisky. E non sarebbe un peccato, sarebbero due. Già, perché il whisky nient’altro è che il prodotto della distillazione di una birra di malto. Certo, non proprio la birra che siamo abituati  a bere, ma sarebbe complicato e tedioso soffermarci sugli innumerevoli aspetti tecnici e chimici che rendono la “birra da distillare” diversa dalla “birra da bere”.  E, soprattutto, sarebbe ingiusto farlo con poche righe a disposizione. Venalmente, ciò che ora interessa è come possa appagarci il legame di sangue che c’è tra la birra e il whisky. E se avete sete non preoccupatevi, non siete dei vampiri. Parliamo di una relazione forte, e soprattutto non a senso unico. A questo proposito, una pratica storica rispolverata negli ultimi anni da più microbirrifici è quella di far maturare alcune birre in botti che precedentemente contenevano whisky. Decisamente un bel modo di chiudere il cerchio: grazie alla birra si ottiene il whisky che invecchia per anni nelle botti, attraverso le quali il distillato può “regalare” le sue ultime essenze alla birra stessa. La botte, che avrà inciso sulla buona riuscita del whisky per almeno il 60%, va a costituire così il tramite tra i due figli del malto, ricongiungendoli in un abbraccio fatto di profumi e sapori sorprendenti. Ad oggi sono pochi gli stili brassicoli designati a simili maturazioni, poiché la “neutralità” dell’acciaio permette di esaltare le caratteristiche di alcuni ingredienti come il luppolo che, per esempio, non viene impiegato da chi produce whisky. Eppure fino a non moltissimi anni fa l’utilizzo dell’acciaio per stoccare bevande alcoliche era sconosciuto: il contenitore per eccellenza era la botte. Ogni botte, al contrario dell’acciaio, custodisce l’eredità della propria storia, un’eredità di cui ogni liquido alcolico può godere durante la sua permanenza tra le doghe in quercia, un’eredità che si arricchisce di volta in volta, uso dopo uso, dell’anima dei suoi ospiti per poter raccontare sempre una storia in più. Ma non all’infinito, purtroppo. Tutte le belle cose hanno una fine, la vita di una botte non fa eccezione. Possono vivere più o meno a lungo, esattamente come noi: molto dipende da “che tipo di vita abbiano fatto”. Ed esattamente come noi, raramente le botti fanno vite noiose: in fin dei conti, bevono un sacco e conoscono un sacco di gente.

DI GABRIELE MONTEDURO

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