Cina, attivista per i diritti umani svedese racconta il suo carcere, un anno dopo l’arresto

Nel 2004 decide di partire dalla sua Svezia alla volta della Cina. E’ un giovane laureato in scienze politiche con la voglia di viaggiare e conoscere luoghi nuovi. Decide quindi di conoscere la Cina, attraverso tre sue città (Bejing, Shangai e Xiamen, città portuale del sud-est). “Ero lì solo per viaggiare e imparare”, racconta il protagonista di questa storia al ‘The Guardian’. Si chiama Peter Dahlin, ha 23 anni e non pare avere una chiara idea del mondo.

Cambia prospettiva quando torna a distanza di tre anni, dopo aver conosciuto online un attivista cinese, Hou Wenzho. Con lui, nel 2009, fonda una associazione in difesa dei diritti umani, ‘China Action’.

Ha alle spalle realtà istituzionali come l’Unione Europea, il Ned (National Endowment For Democracy, organizzazione no profit fondata nel 1983 da Carl Gershman e Ronald Reagan) e il Norwegian Human Rights Fund. Organizza corsi per avvocati e giornalisti investigativi, oltre a dare supporto ai giovani cinesi impegnati nella difesa dei diritti civili.

A dire il vero, il ‘The Guardian’ (che rilancia oggi la sua storia, che potete leggere per esteso qui) si mantiene discretamente sul vago sul tema, un po’ come vaga è l’affermazione che Dahlin fosse guidato dagli interessi della classe media (in che senso? E qual era il ruolo dei succitati enti nel suo lavoro?).

Ma torniamo alla storia: Dahlin decide di operare in incognito. Nemmeno le persone a lui più vicine sanno di cosa si occupi esattamente e decide di adottare il cognome Beckenridge, in onore a John C Breckinridge (maggiore generale nell’esercito degli Stati Confederati durante la guerra di secessione).

Nonostante i toni da spy story e un contesto certamente non ideale per gli attivisti, la permanenza in Cina di Dahlin prosegue senza intoppi, un rinnovo del visto alla volta.

Finché Xi Jinping non diventa presidente (nel 2013) e la situazione va peggiorando, finché non arriva il 3 gennaio 2016. Come narrato dal ‘The Guardian’, ci sono tre anni di sostanziale vuoto (durante i quali supponiamo Dahlin abbia proseguito nel suo lavoro), fino al climax del 3 gennaio: intorno alle 2 del pomeriggio Dahlin realizza che la sua associazione si trova sotto la lente d’ingrandimento  dei servizi di sicurezza cinesi. Intorno alle 4 inizia a prepararsi per partire di lì a poco, saluta la fidanzata e i suoi gatti, scrive una mail in cui avverte i colleghi di eliminare qualsiasi traccia del proprio operato e prenota un volo per le 3 del mattino seguente. Ma alle 9.45 (un’ora prima di andare per l’aeroporto) bussano alla porta: “Sei tu Peter Dahlin?”

Da lì, 23 giorni di galera, raccontati dal ‘The Guardian’ con dovizia di particolari, tra privazioni di sonno, confessioni estorte (quella che potete vedere in coda) e sorveglianza totale 24 ore al giorno.

Raccontata così da Dahlin: “Spesso si alzavano e venivano a guardarmi mentre andavo in bagno o mi facevo una doccia. E’ un po’ strano. Fortunatamente sono svedese e in Svezia non abbiamo problemi con la nudità”. (Ah ah).

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